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La metafora del recinto

Il recinto, i radical chic e i radical shock.

A volte credo sia meglio rispettare l’impulso a non dire e a non scrivere perché è un segnale che ci invita saggiamente a chiudere, almeno per un po’. Le ragioni che si leggono a giro sulla politica  non sono tutte condivisibili, soprattutto se le idee  di cui si discute o per cui si parteggia impongono, prevaricano, discriminano, isolano, rendono diseguali o mantengono lo status quo di quel recinto di cui dirò in seguito. Non sto dalla parte di queste ragioni. Io, per esempio, cerco di osservare e descrivere e non  di giudicare esplicitamente perchè nell’osservare e descrivere i fatti, le parole, gli scritti e i proclami è implicita una scelta e quindi l’espressione dell’idea della vita, degli altri, della natura, dell’educazione, di ciò che è cultura anche popolare e di ciò che invece è proterva e colpevole ignoranza.  Mi batterei affinché tutti quelli che pensano o scelgono diversamente lo possano fare ma mi batterei senza remore contro di loro se decidessero di usare la violenza, la prepotenza anche la legge per sottomettere, imporre e lasciare intatte o accentuare le disuguaglianze che oggi dividono i poveri dai ricchi, i potenti dagli impotenti, i bisognosi dagli egoisti di tutto il mondo.
Per questo ed altro ancora non credo assolutamente che i cambiamenti oggi passino più per i parlamenti (e ci ho messo anche una bella rima) mentre diffido fortemente del fatto che ci vogliano leaders carismatici, capi capetti e garanti. Forse mentori e guide indiane, forse.

 Anche invocando il cambiamento a parole o con atti contraddittori o tesi a volgere al peggio, si continua  a ragionare sempre dentro lo stesso recinto. Chi è fuori, nella migliore delle ipotesi è un utopista, nella peggiore un anarchico e un  sovversivo. A me piace essere al contempo tutte due le cose. Credo infatti nella sovversione per giusta causa e nell’utopia come strada per il  giusto possibile. Non si può parlare di cambiamento e spacciare per innovazione ciò che comunque resta nel confine del recinto di questa società del mercato, della proprietà e dello sfruttamento. Si ragiona ancora in termini di ricchi e poveri, di primi e ultimi e di aiuti ai poveri e ai bisognosi senza chiedersi chi e perché abbia generato la povertà e provocato il bisogno. Non ho sentito nessun filosofo  e nessun politico o giornalista sulla scena pubblica mettere in discussione quel recinto, ma solo proporne un ampliamento per includere, una mitigazione, un affievolimento, una mimesi.  Il capitalismo può essere anche buono? Non è nella sua natura. Che si mostri liberale e inclusivo non basta assolutamente. Che sia di Stato o del mercato non fa alcune differenza. Il capitalismo un po’ di Stato e un po’ di mercato ha lanciato le peggiori multinazionali della storia e regge ancora le peggiori dittature.

 Dentro quel recinto si  discute spudoratamente di educazione, di lavoro, di salute, di casa, di ecologia, di impresa, di salario, di comunicazione, di sicurezza e anche di cambiamenti di rinnovamento, di riforme di giustizia sociale Ed è così che tutto è viziato dal peccato originale di una società votata al profitto prima che ad altro. Tutto va bene purché ci sia la crescita. Crescita di chi? A discapito  di chi e di che cosa? Lo sappiamo bene. Oggi il presunto talento, la fortuna (il caso), l’appartenere per nascita ad un ceto sociale piuttosto che ad un altro, la dose di pelo sullo stomaco per rubare, truffare e prevaricare anche legalmente, fanno la differenza tra il ricco e il povero. La meritocrazia è un’ invenzione  ad uso del potere politico ed economico per formare e controllare le sue élites e i suoi gregari. Tanto è vero che si sono costruiti anche gli strumenti ad hoc per misurare i meriti: dalle rilevazioni OCSE per l’economia, l’ambiente, il lavoro, la salute e la formazione, alle forme di selezione e reclutamento, alla valutazione dell’istruzione e del lavoro. Ma tutti, a destra, sinistra, in alto e in basso, radical chic e shock, sovranisti e populisti o popolari che siano, continuano a riempirsi la bocca di giaculatorie incentrate su  merito, talento, produttività, impresa, competitività e perfino di educazione…applicati in ogni campo della vita umana. Perfino la cooperazione che doveva essere la summa della negazione di certi valori mercantili è diventata una vera e propria attività imprenditoriale sotto mentite spoglie. Il recinto è anche mobile nell’aprire e  chiudere per fagocitare tutti, anche quelli che credono di essere dei rivoluzionari o fanno finta artatamente di esserlo.  Le storie umane e disumane dentro questo recinto sono tante.

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Il pifferaio di Hamelin

Per cambiare ci vorrebbe veramente poco e il germe credo si diffonderebbe presto in ogni parte del mondo. I primi forti provvedimenti sarebbero impopolari solo per non più del 10% della popolazione in qualsiasi paese:  ridurre progressivamente l’accumulato con forti interventi patrimoniali permanenti applicando per esempio il Fattore 12; nella fase transitoria cominciare a calmierare i redditi con tassazioni d’equilibrio; eliminare gradualmente il lavoro salariato con forme di cooperazione autentica e di autogestione sociale;  promuovere e divulgare l’educazione permanente e diffusa che dovrebbe essere alla base di ogni cambiamento stabile e che contiene in sé le idee di accoglienza e inclusione, di libertà, di apprendimento incidentale, di equità sociale;  sottrarre progressivamente la salute, l’alimentazione, la casa, l’educazione e tutti i servizi di pubblica utilità allo sfruttamento ed alla speculazione, perchè siano libere e gratis per tutti.Questo solo per cominciare.  Tanto altro ancora si potrebbe fare senza sforzo, semplicemente smontando pezzo dopo pezzo, dal basso senza false deleghe o democrazie eterodirette, il recinto del capitalismo, allo scopo di  includere tutti nelle pari opportunità, in una accezione mai ancora verificatasi nel mondo, se non in rarissime eccezioni, di libertà, eguaglianza e, per dirla, visto che la lingua è pensiero, con un termine non discriminatorio, adelfità.

Giuseppe Campagnoli

10 Aprile 2019

 

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L’educazione diffusa potrà salvare la città?

La città si trasforma e cambia con l’educazione.

Forse in extremis ma credo che l’educazione diffusa potrà contribuire a salvare la città. Il volume in uscita la prossima estate sull’architettura della città educante, riedizione ampliata e completa della prova generale pubblicata come assaggio e intitolata “Il disegno della città educante”, fa ben capire come potrebbe trasformarsi una città e bloccare quella perniciosa deriva che è cominciata con la terziarizzazione dei centri storici, con l’espulsione dei suoi abitanti e delle sue nobili e diffuse  attività e con la creazione di periferie sempre più insignificanti e degradate dove insistono brutte scuole, desolate aree sportive, verde incolto e abbandonato, propaggini di aree industriali e artigianali in una desolante ed insalubre commistione. Proprio oggi leggendo su Il Manifesto un articolo dedicato all’ invasione della nuova speculazione residenziale turistica nei centri storici ormai snaturati dalla presenza di mercanti di gadget turistici  e di tipologie abitative sempre più tese a diventare dei veri e propri  alberghi piuttosto che abitazioni di residenti, riflettevo da architetto e uomo di scuola su quanto potrebbe incidere in controtendenza una trasformazione delle parti di città in senso permanentemente educante. Si potrebbe indurre la rinascita di botteghe e laboratori, musei e piccole gallerie, teatri tradizionali o di piazza e di strada, luoghi di musica e arte, biblioteche e librerie oltre che ripopolare quartieri e vie di residenti e abitanti stabili con la sola velleità di ospitare stranieri alla pari e senza fine di lucro e di accogliere per mostrare i propri luoghi  ed educare attraverso di essi. E’ questo che di virtuoso provocherebbe e chiederebbe l’improvviso e continuo sciamare  di bambini e ragazzi, di artisti, di artigiani e anziani, di stranieri e vagabondi, desiderosi di essere finalmente utili con le loro esperienze e i loro saperi attraverso i luoghi ridisegnati e rivisitati di tutta la città fino a trasformare i centri storici e tutte le periferie in un unico centro pulsante senza soluzione di continuità ideale.

La scuola che si trasforma e trasforma la città è un sogno che potrebbe avverarsi, un sogno dove l’unico mercato sarà quello delle piccole e grandi  cose utili alla vita ed al desiderio di conoscenza che è innato in ognuno di noi e che non viene certo soddisfatto trascorrendo ore su un banco ad apprendere nozioni imposte altrove e che in gran parte svaniranno dopo poco tempo per non lasciare alcuna traccia. Il fatto che oggi molte città si stiano trasformando in tante disneyland del turismo e del consumo ha fatto loro perdere qualsiasi valore educativo e anche quella  profonda geosignificanza che avevano avuto per secoli. La cultura e il sapere oggi vengono anche fisicamente periferizzati a meno che i loro antichi luoghi non possano essere tesaurizzati nel mercato del profitto a tutti i costi. Restituiamo i centri alle case popolari, alle botteghe, agli studenti, agli anziani, ai viaggiatori senza scopo di lucro e facciamo sparire le periferie cominciando da lì l’invasione benefica della campagna verso la città, dei margini verso il nucleo. Si può fare.

Si può fare usando anche  con coraggio gli strumenti dell’esproprio e della confisca per pubblica utilità dei luoghi e dei beni che sono frutto di speculazione, di accumulo, di latrocinio, di evasione fiscale. Se è stato ed è possibile per le grandi spesso inutili opere pubbliche e brutte e pericolose infrastrutture perché non si potrebbe fare per le case, per i monumenti, per gli edifici con valenza pubblica e sociale, per i manufatti abbandonati, per tutte le architetture e i luoghi finora usati per la speculazione ed il mercimonio. Una città a misura di bambino e di umanità è possibile anche attraverso l’educazione che cominciasse a permearla proiettandovi saperi e passioni, voglia di ricerca e di osservazione, di dialogo, di accoglienza, di sete di sapere incidentale e per questo assai più utile di quello obbligato o subdolamente indotto. Sarebbe anche l’occasione grazie alla quale  la cultura, il turismo consapevole ed attivo, il verde e l’agricoltura potrebbero rinascere a vita nuova senza l’assillo quotidiano del profitto. Tutto ciò potrebbe indurre dal basso anche l’inversione dell’attuale sistema economico basato sulle diseguaglianze, sulle nuove/antiche classi sociali, sulle guerre del mercato e del possesso che vuole egemonizzare tutto, dalla educazione alla famiglia, dall’ambiente alla cultura e al tempo libero.

Ritorno alla mia citazione di qualche tempo fa intorno ad una nuova città per un nuovo  medioevo   già storicamente da non leggere come così retrogrado  se è vero che aveva già concepito i liberi comuni, la città che nasce e cresce senza architetti, gli spazi liberi e ospitali oltre che aperti alla cultura. ”Una costruzione medievale non ci appare come lo sforzo solitario nel quale migliaia di schiavi svolgevano il compito assegnatogli dall’immaginazione di un solo uomo: tutta la città vi contribuiva. La torre campanaria si elevava sopra alla costruzione, grandiosa in sé, e in essa pulsava la vita della città”. (Pëtr Kropotkin). Una città così concepita diventerebbe assolutamente inclusiva. Vi sarebbero spostamenti virtuosi dalle periferie destinate alla riqualificazione o alla sana demolizione verso i centri storici dove rinascerebbero mille piccole attività sostenibili sia dal punto di vista sociale che economico ed ecologico, dove rinascerebbero la cultura, l’educazione, il verde, e un turismo non mercantile per viaggiatori saggi e consapevoli.  Gli educatori, i politici liberi e gli architetti dovrebbero solidalmente avviare questo percorso partendo magari da piccole realtà ed esperienze per estendere l’idea alle grandi città ed alle aree metropolitane che si risanerebbero così ridotte e ridimensionate in una specie di “divisione” virtuosa in tante moderne new towns che moltiplicassero i centri facendo evaporare ghetti e periferie accogliendo l’invasione di prati, radure e giardini. E’ sempre stata solo una meschina questione economica. Sarebbe ora di cambiare e la strada è già indicata.

Giuseppe Campagnoli 3 Aprile 2019