Categorie
Ecomomia economia sostenibilità Economics mercato merito povertà

Lavoro? Salario minimo? Reddito universale? Patrimoniale?

 

Salario minimo? Salario garantito? L’arte di una economia giusta e sostenibile.

Quando si tratta, si studia, si disquisisce e si pontifica di economia non ci si muove mai al di fuori del quadro di riferimento capitalista e liberale, quando non addirittura liberista. Persino le religioni e il nuovo socialismo democratico di sinistra considerano ineluttabili la ricchezza e la povertà e come uniche azioni possibili propongono di ridurre il gap, fare l’elemosina o agevolare gli “ascensori sociali”. Una via diversa ci sarebbe, una via che mette insieme veri principi socialisti ed egualitari, evangelici e buddisti, tutti principi di umanità. Sorvolo sulle teorie economiche storiche e su quelle in vigore che nella migliore delle ipotesi tendono solo a mitigare gli effetti perniciosi del libero mercato, della globalizzazione e delle speculazioni economiche e finanziarie. Produrre beni e servizi dovrebbe essere possibile anche eliminando il cosiddetto “plusvalore”. Le eccedenze di un equo profitto, strettamente legato ad un adeguato compenso degli operatori per una vita dignitosa ed equilibrata (dagli operai, ai quadri, ai dirigenti e ai padroni) ed alle spese di produzione dovrebbero essere destinate per intero ad investimenti per il miglioramento tecnologico, della qualità e dell’innovazione. In ogni attività debbono essere impediti l’accumulo e la speculazione, deve essere proibito produrre danaro con altro danaro mentre beni come la salute, l’istruzione, la casa e l’alimentazione non dovrebbero assolutamente essere oggetto di investimento speculativo e produttore di reddito. Il reddito dovrebbe venire dal lavoro e dallo scambio di beni e servizi in linea  con i principi delle leggi costituzionali universali e nazionali che concepiscono (per ora e finché non ce ne libereremo) il lavoro come attività nobile tesa al servizio collettivo e ad assicurasi niente di più che una vita dignitosa e, naturalmente, comprensiva di pane (istruzione, casa, cultura, salute..) e companatico (viaggi, tempo libero, cultura…).

IMG_6889

L’accumulo, il successo e la speculazione di gruppi e singoli sembrano invece essere lo scopo principale della vita quasi sempre a discapito dei propri simili magari solo più sfortunati o socialmente deboli per nascita, censo o disparità di condizioni di partenza.

Particolarmente evidenti ed esasperate queste caratteristiche  sono nel lavoro privato e nell’imprenditoria piccola e grande dove la competizione e la guerra economiche sono finalizzate quasi esclusivamente al profitto teso ad assicurarsi un plusvalore sempre immeritato perché frutto  di meccanismi mercantili aberranti e iniqui ma, ahimè, accettati anche da certa sedicente sinistra e al nuovo che avanza (che si dice, forse ingenuamente forse no, nè di destra nè di sinistra) convertiti per opportunismo al neo capitalismo sempre più feroce e aggressivo forse perché moribondo nella piccola e grande scala, dagli autonomi alle grandi banche e imprese anche finanziarie.

Provo a costruire una formuletta sommaria per descrivere una via virtuosa ad una economia sostenibile e socialmente equilibrata, valida universalmente.

IMG_7107

Tutto parte dal lavoro e solo da questo ( ma sarà poi giusto il lavoro?) perché abbiamo escluso qualsiasi speculazione su beni e patrimoni, compresi quelli prodotti da investimenti pregressi, eredità e  lotterie (che andrebbero abolite).La proprietà è ammessa per i propri bisogni primari e strumentali non replicabili (casa, negozio, auto, opificio, macchinari produttivi etc.) perché limitati ad una attività finalizzata a quella vita dignitosa di cui si è detto. “Plafonner les revenues” e limitare il gap tra salari e patrimoni minimi e massimi tassativamente applicando il fattore 12 attraverso la tassazione sui reddditi e sui patrimoni, tutti. Una formula semplice ma che nessuno vuole applicare iniziando quasi da zero, con coraggio, contro speculatori, banche, multinazionali, mercanti e accentratori di beni e patrimoni, finti promotori di un mercato solo apparentemente più giusto.

Giuseppe Campagnoli

Categorie
Architettura Educazione giuseppe campagnoli mercato partiti politici Scuola

La scuola e la politica. Ma la città educante continua ad andare avanti, malgrè tout.

Continuano i tentativi di strumentalizzazioni e ostacoli sulla via della vera educazione diffusa. Due facce della stessa medaglia?

Ecco un’appendice di riflessioni significative alla nostra avventura nella divulgazione del Manifesto della educazione diffusa per una città educante.  Ad ogni passo è stato necessario distinguere il grano dal loglio con molta prudenza. Abbiamo avuto a che fare, nel  percorso,  ormai lungo un biennio, di avvio del progetto attraverso la presentazione del volume “La città educante. Manifesto della educazione diffusa” (Paolo Mottana e Giuseppe Campagnoli, edizioni Asterios Trieste) e gli incontri, i seminari, i convegni promossi da associazioni, scuole, amministrazioni comunali, politici, giornalisti, genitori, insegnanti e presidi, Università ed enti vari, anche con le mire propagandistiche ed elettorali di partiti al governo e all’opposizione, di giornali e tv, associazioni e gruppi di varia estrazione, a volte per ostracizzare e boicottare, a volte per lusingare ad usum delphini e cavalcare l’onda del bisogno di cambiamento purché sia. Io stesso ho rischiato seriamente di  cadere in qualche tranello da propaganda elettorale per ingenuità o per eccessiva fiducia nelle persone che in malafede avevano tentato di coinvolgermi.

Col senno di poi sono riuscito ad evitare altre imboscate  di segni opposti mentre come contraltare  ho avuto la grande soddisfazione in diverse occasioni di condividere le idee della educazione diffusa e della scuola senza mura e confini, con scuole, insegnanti, libere associazioni, genitori e studenti, senza secondi fini e senza mercato.

 

        

 

Avevo già scritto una nota in merito ai tentativi di apporre etichette più o meno tendenziose al nostro progetto di educazione diffusa. La libertà è la nostra bandiera, per una rivoluzione sottile della educazione e della città che per sua natura non  si può legare a nessuno né avere sponsor di partito o ideologici (le idee si, le ideologie no). Ben vengano invece le amministrazioni pubbliche o private, i sindaci e i presidi, e anche i provveditori (anche se non sono più tali) illuminati che siano disponibili a sperimentare e a cimentarsi con la vera innovazione  da attuare attraverso vie lunghe e irte di ostacoli nella loro città e nei loro territori. Per quel che mi riguarda mio considero un libertario nelle mie, non ancora superate perché raramente realizzate, idee del mondo, dell’educazione e della vita. E’ pericoloso oltre che falso sostenere che non esistano più le categorie della destra e della sinistra e lo si fa in genere per creare confusione a favore di un equivoco tutti contro tutto o di una parte retriva, conservatrice, intollerante, nazionalista ed egoista che si pone contro quel tutto che ama la libertà, l’accoglienza e l’equità sociale. Sappiamo da diversi segnali e movimenti nel mondo che la sinistra delle idee esiste-rà finché ci sarà ricchezza e povertà, superstizioni dominatrici, sopraffazione, capitalismo, guerre e fame. Essa deve solo riflettere ed unire chi crede ancora nell’eguaglianza, chi non confonde tra libertà e liberalismo o liberismo e tra sicurezza e intolleranza. Esisterà per chi non ama il mercato in tutte le sue forme, per chi crede che l’ambiente, la casa, la salute e l’educazione siano un diritto inalienabile e non vi si possa fare speculazione di nessun tipo mentre  debbano essere sottratte a qualsiasi mercato. Nel caso della città educante, come l’educazione anche l’architettura non può avere una connotazione prevalentemente mercantile, perché è un’arte per l’uomo e per l’ambiente. Il suo sposalizio con l’educazione può costruire la città che educa conservando e trasformando spazi, costruendone di nuovi, belli ed accoglienti dove apprendere, scambiare, cercare ed errare. Per questo non ci arrenderemo e il progetto andrà avanti con chi sarà disposto a condividere questo sforzo senza altri profitti se non quelli della comunità e del suo futuro. Il progetto andrà avanti mettendo a punto gli strumenti concreti da suggerire a chi vorrà provare a sperimentare l’educazione diffusa sia dal punto di vista pedagogico e didattico che da quello dell’architettura che tende a trasformare la città ed avviare il processo graduale di sostituzione dell’edilizia scolastica con portali, basi, aule vaganti, musei, teatri e botteghe, officine, ateliers, piazze e strade educanti recuperando a nuova vita sia il concetto di educazione che quello di città.

Giuseppe Campagnoli 17 Marzo 2019

Categorie
ambiente Architettura associazioni controeducazione cultura didattica Educazione innovazione istruzione Scuola Scuola italiana

Cosa vuol dire educazione diffusa?

 

thumbs_94-In-lontananza-Notre-Dame-2

Educazione diffusa non vuol dire uscire ogni tanto dalle scuole per fare più o meno le stesse cose che si facevano nelle aule, nelle aule speciali, nei laboratori come non vuol dire spostare banchi e sedie e metterli in circolo, a zig zag, uno sopra l’altro e neppure intensificare la perniciosa “progettite” di una pletora di attività esterne estemporanee e spesso solamente ricreative. Educazione diffusa non significa neppure fare le cose consuete o timidamente innovative nei diversi luoghi della città così come sono, senza trasformazioni significative senza mutamenti progressivamente radicali degli spazi, delle forme, delle loro funzioni e usi, dei loro significati. Educazione diffusa non significa sostituire la lezione frontale o altre forme di didattica più o meno avanzata con altrettante sperimentazioni che si pongono sulla stessa linea delle pedagogie imperanti nel mercato educativo in genere di importazione nordeuropea o anglosassone valutate sempre con entusiasmo dai classificatori ufficiali internazionali che rispondono all’imperante modello economico. Significa invece ribaltare lentamente ma decisamente i paradigmi fondamentali dell’educazione, dell’istruzione, della formazione, dell’ insegnamento e dell’apprendimento verso l’esperienza, la ricerca, l’erranza, l’apprendimento incidentale  istintivo e ricco di emozione verso la creatività, la passione e il coinvolgimento, gli unici che in fin dei conti restano non solo nella memoria ma nel nostro io più profondo e permanente.

IMG_0583

Molti sostengono di aver praticato o di praticare tuttora l’educazione diffusa ma in realtà si tratta solo di timide uscite dal seminato istituzionale, comunque tollerate e digerite ampiamente da tutto il sistema del controllo dell’istruzione che a volte si spinge anche a concedere premi e riconoscimenti perchè  sa bene che comunque tali pratiche (spesso considerate best practices) cambieranno poco o nulla dell’apparato educativo che conviene a questo tipo di società del consumo totale e universale. Altri credono, tra i quali molto frequenti gli esperti e docenti delle discipline scientifiche e matematiche, (che, paradossalmente, sono stati proprio i primi nella scuola italiana, a godere di insegnamenti universitari di didattica specifica) che non si possa, per il successo scolastico e professionale, prescindere assolutamente da un insegnamento basato sulla propedeuticità, sulla rigida progressione delle nozioni, sulla ripetizione e sulla restituzione pedante dei saperi, sull’esercizio matto e disperatissimo, proprio in genere delle sole prestazioni materiali e fisiche.

1

Occorre svuotarsi di tantissimi stereotipi e cattivissime abitudini, pensare che la nostra mente non può essere costretta dentro schemi e paratie più o meno stagne perché essa agisce in tutte le direzioni simultaneamente in ogni sua parte e connessione e che tutti i linguaggi hanno eguale dignità ed importanza in questo contesto senza gerarchie o classificazioni. Il resto viene da sé: la passione, il talento, l’apprezzamento e l’uso di ciò che si è appreso interessandosi, agendo, coinvolgendosi, risolvendo problemi e contribuendo a trasformare e far crescere la città e l’ambiente in ogni suo aspetto ritornando a farne parte attiva in ogni età della vita.

IMG_5461

Nel corpus del Manifesto della educazione diffusa, ma soprattutto nelle sue appendici e nei modelli suggeriti o nei racconti di ciò che si sta realmente facendo in questa direzione, c’è la spiegazione di che cosa realmente sia l’educazione diffusa e di come si possa cominciare a praticarla. C’è un primo approccio agli strumenti possibili che dovranno essere approntati e predisposti facendo anche tesoro di tutte le altre esperienze pedagogiche innovative e rivoluzionarie che nel tempo hanno provato a mutare radicalmente i concetti di educazione ed istruzione,  per far sì che, comunque sia, anche se in forme, tempi e luoghi diversi, non vengano meno i saperi indispensabili alla vita ed alle sue diverse forme, soprattuto di relazione e di comunità , immerse in una società. he deve cambiare, in modo attivo e partecipe.  C’è l’indicazione di come non si possa assolutamente fare  meno di un ripensamento globale della città, dei territori e  delle loro architetture, dell’abitarli e viverli.

 

Nell’educazione diffusa c’è l’idea di come, nel tempo ma in modo deciso e senza compromessi, si debba fare a meno dell’edilizia scolastica a favore dell’uso dei portali collettivi ben descritti nel testo e che introdurranno e faranno da basi per il diffondersi nella città educante. Anche per questo sono irrinunciabili il sodalizio culturale e la sintonia politica (quella nobile) tra il mondo della scuola pubblica, quello delle amministrazioni illuminate, dell’associazionismo culturale, sociale e del volontariato, dell’architettura e dell’educazione nonché di tutti i cittadini coraggiosi e consapevoli. Non vi sarà educazione diffusa se non si agisce, senza compromessi, timidezze o ipocrisie,  sull’attuale modo di pensare la scuola, la società e il territorio che li ospita. Tutto questo comporta per forza una serie di atti contrari ma  finalmente positivi. Non è facendo finta di innovare quello che c’è, perché resti alla fine tale e quale, che si potrà oltrepassare questa scuola come è nelle nostre idee.

Giuseppe Campagnoli

13 Marzo 2019

 

Categorie
Architettura edifici scolastici edilizia scolastica Educazione

Girovagare per la città educante. Ma gli architetti dove sono?

Ma gli architetti dove sono?

In questo scorcio di tempo si sono moltiplicate le iniziative e gli incontri sull’educazione diffusa, persino in Brasile! A questo punto occorre fare un riassunto e un consuntivo tra la fine del 2018 , anno di pubblicazione del Manifesto e l’inizio del 2019. Si ripetono e si aggiornano le occasioni di presentazione del volume “La città educante.Manifesto della educazione diffusa” di Paolo Mottana e Giuseppe Campagnoli, occasioni per discutere anche  gli approfondimenti e i suggerimenti progettuali contenuti nel Manifesto (operativo) della educazione diffusa. Nel frattempo si avviano iniziative di formazione per educatori, insegnanti e studenti, coinvolgimenti in workshop e seminari di associazioni, enti e gruppi di docenti e cittadini che hanno scoperto con interesse e voglia di cambiamento le idee dell’educazione diffusa. In questo ultimissimo periodo siamo stati, tra l’altro, a Milano e addirittura a Sao Paulo in Brasile con il corso di Paolo Mottana programmato ora anche in altre città, siamo stati invitati a Roma in un workshop di Save the Children dedicato alla dispersione scolastica, a Parma e Biella con la Biblioteca del CEPDI e l’Università di Parma, con il licei G&Q Sella di Biella e l’Osservatorio del Biellese dei beni culturali e del paesaggio. Ad ogni incontro c’è qualche passo avanti significativo e si registrano notevoli coinvolgimenti anche se le difficoltà, che non nascondevamo fin dall’inizio di questa avventura, persistono soprattutto in una certa forte diffidenza delle istituzioni pubbliche ma anche, in parte, della gente di scuola che non sa o non vuole ancora svestirsi delle male pratiche dei programmi, delle discipline, degli orari, delle classi, dei voti…

Ulteriore difficoltà, che persiste, sta nel mancato significativo coinvolgimento dell’architettura nelle sue vesti istituzionali, professionali e anche accademiche, nonostante i tanti tentativi di contatto. Sembra che quel mondo non riesca a proporre altro se non speculazioni edilizie più o meno dissimulate, la monumentalità del terzo millennio e il narcisismo di tante personalità diventate delle stars del sistema. Si continua a perseverare diabolicamente nel concetto di edilizia scolastica, seppure spacciata per architettura con il belletto degli open spaces, delle nuove tecniche e tecnologie, della prossemica e del design d’avanguardia, dei learning spaces esotici del Nord Europa, cooptando l’ignaro mondo della scuola con tanti specchietti per le allodole. Nei numerosi convegni che ho frequentato non ho mai trovato nulla che somigliasse all’idea della città educante che piano piano sostituisce gli edifici scolastici con altri luoghi dell’educazione, che vorrebbe progettare oggetti come i portali, le tane, le basi della educazione diffusa e ridisegnare e trasformare la città in tal senso. Non ho trovato chi proponesse di rinunciare ad inserire nel corpo vivo della città  oggetti estranei ed improbabili per concentrarsi sul recupero, sulla progettazione partecipata e collettiva, sulla lettura e interpretazione di ciò che la città stessa suggerisce per la propria crescita e trasformazione anche in funzione della conoscenza e dei saperi. Ma anche su quel fronte non vorremmo demordere e, oltre a riscrivere un piccolo ma denso essai  sull'”Architettura della città educante”  concentrato su come la città si possa trasformare con l’aiuto dei mentori-architetti che in tanti articoli e riflessioni ho citato, vorremmo organizzare qualche occasione di incontro proprio con gli architetti, le loro scuole e le loro associazioni, allo scopo di riflettere concretamente su queste tematiche. Qualche speranza era nata tra il 2016 e il 2018 a Cesena e a Pesaro nelle due occasioni di dibattito sui luoghi dell’apprendere, così come a Bolzano  durante un convegno sulla progettazione partecipata delle scuole o alla Fiera Didacta di Firenze che si rivelò in gran parte un mercato di banchi, cattedre e sussidi per una didattica obsoleta o per i reclusori scolastici.  Ma poi non ci sono stati coinvolgimenti significativi, anzi. Gli architetti non si sono visti dall’orizzonte della città educante se mai vi fossero stati per un attimo, lontani e sfuggenti. A volte hanno fatto  delle fugaci comparse per poi tornare alle loro occupazioni consuete. Li cercheremo ancora e li ritroveremo, perchè senza una città e un territorio trasformati non c’è vera educazione diffusa come benissimo sosteneva anche il nostro Colin Ward. Le città hanno luoghi abbandonati, edifici storici, spazi eccezionali che non aspettano altro se non di essere recuperati a nuova vita in una accezione anche educante e ci sono  forze vive pronte ad occuparsene se solo l’architettura ufficiale e professionale smettesse di essere autoreferenziale e di replicare le solite cattive pratiche del costruire ad ogni costo per il mercato, per i monumenti della politica o per la gloria delle riviste patinate

      

10 Marzo 2019

Giuseppe Campagnoli