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Le archistelle pontificano

Calatrava

Disegno di Calatrava per Genova

E’ di qualche ora fa la notizia che nella gara tra le due stelle architettoniche dei ponti (pontifices) l’ha spuntata il senatore Renzo Piano. Due ponti, due città, due storie di segni  e una sola filosofia. Venezia e il ponte di Calatrava, Genova e il ponte di Piano. Facili sarebbero le battute se non fosse che ne va dell’architettura, dei soldi pubblici e del decoro di due città emblematiche. Nota è la vicenda del ponte pedonale che conduce al piazzale della stazione a Venezia opera di Santiago Calatrava, multinazionale dell’architettura come Renzo Piano, che mantiene alcune criticità di statica, di barriere architettoniche, di gradini, di costi in generale. Il progetto del ponte di Genova, per ora solo un disegno e un costo preventivato che pare essere, fino a prova contraria, uno slancio da poetico filantropo  del pluripremiato architetto verso la sua città sarà appaltato alle solite note multinazionali. Ammesso che nel frattempo l’altro pontefice non faccia ricorso con la sua cordata di imprese.

Multinazionali gli architetti e le imprese dunque. Alla faccia di tanti professionisti seri e preparati e forse meno mercantili e tecnologici ma più sociali e artisti. L’arte come mercato o il mercato come arte? Questione di stile? Un tempo si parlava dell’architetto condotto, come il medico, una figura di intermediario sociale tra la collettività, la città e il territorio per curare le loro sane trasformazioni: dalla residenza al verde, dai monumenti agli edifici pubblici, dai ponti e grandi strutture (come si chiamava una materia in cui feci un esame complementare tanto tempo fa). Oggi le “cose importanti” non le fanno più gli architetti ma le imprese di architettura e le loro holdings multinazionali con tanti schiavi disegnatori ai remi. E’ sempre il mercato bellezza!

Progetto del ponte di Genova (Renzo Piano)

Integrando le letture fondamentali della città e del movimento moderno si arriva ad acquisire gli strumenti essenziali alle nostra disciplina, li unici strumenti capaci di portare alla costruzione logica di un progetto che non è nient’altro se non di architettura percvhè per essere tale non deve assolutamente sconfinare in campi che non sono di pertinenza dell’architetto e che invece pretendono di risolvere problem di architettura con strumenti che le sono estranei”
“il concetto di funzione preclude l’essenza autonoma dell’oggetto architettonico,facendone una forma concepita per una specializzazione,mistificando la validità di una operazione progettuale che si configure come la costruzione di un manufatto architettonico o di una parte di città che potranno assumere nel tempo diverse funzioni”
“un intervento da architetti nel territorio deve essere solo un progetto di architettura”
“L’architettura è una elaborazione collettiva nella storia in un luogo che è la città, capace di formarsi e trasformarsi rileggendo continuamente sè stessa”
“E’ solo leggendo e scomponendo la città e il territorio nelle loro parti che può derivare il progetto come costruzione dell’ architettura per ristabilire quell’equilibrio spezzato dalla speculazione edilizia e dagli interventi dissennati sul territorio ”

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Il Beaubourg a Parigi. Quando Renzo Piano ( insieme a Franchini e Rogers) forse era solo un architetto.

“Il tempo, si diceva all’università negli anni ’70, si sarebbe dovuto spendere, almeno per un ventennio, nella ricerca urbana e architettonica per costruire uno stile contemporaneo e collettivo sia per la città che per la campagna, per gli edifici pubblici che per quelli privati e residenziali. Niente di tutto ciò in realtà è stato davvero fatto. Basta osservare il territorio : dell’architettura non c’è traccia. Lo stile contemporaneo è un desolante eclettismo informe, un’accozzaglia di manufatti che non hanno nulla di estetico e sovente nemmeno nulla di funzionale. Se si glissa sul comprensibile ma non accettabile analfabetismo estetico e architettonico delle molteplici figure di paraprogettisti, non si può trascurare il penoso vuoto culturale della maggior parte degli architetti sul mercato e la loro vocazione prevalente e comune anche ad altre categorie di professionisti ed imprenditori al mero profitto o alla elucubrazione stilistica fine a se stessa per farne dei monumenti al proprio ego. Non si capisce nemmeno il  gran successo delle nostre archistelle nel mondo se non con un degrado culturale ormai globalizzzato e che giudica l’architettura prevalentemente dai falsi miti della tecnologia e dalla paraecologia. Non ci sarebbe bisogno di tante elucubrazioni tecno-ecologiche se solo si conoscesse la storia e ci si comportasse di[…]”

Venezia e immagini di ponti della storia dell’arte (Il ponte di Langlois di Van Gogh e quello di Dolceacqua di Monet)

Giuseppe Campagnoli 19 Dicembre 2018

Passi di: Giuseppe Campagnoli. “Questione di stile”. ReseArt blog 2014, 2014. Apple Books. https://itunes.apple.com/WebObjects/MZStore.woa/wa/viewBook?id=876491744

Leggi anche: https://comune-info.net/2018/12/trasformare-e-riadattare-la-citta-diffusa/

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arte della politica crescita decrescita Economia Educazione equità sociele Filosofia Politica populismo Povertà proprietà Ricchezza e povertà Varia umanità

Il mercato non ama l’educazione.

I mercanti e gli accumulatori non amano l’educazione. Amano solo il danaro, il mercato e il possesso.Si servono dell’istruzione per addestrare tanti sudditi obbedienti e spesso inconsapevoli.

Sono pochi quelli che parlano di cambiamento fuori dal recinto del mercato e del capitalismo. Quelli che si definiscono o definiamo populisti, liberisti, liberali, dem, sovranisti, cittadinisti e via cantando si muovono dentro lo stesso recinto e alla fine pare una specie di guerra tra bande per spartirsi lo stesso bottino da trincee diverse. La lotta alla povertà viene intesa quasi sempre come ripristino del meritocratico e quindi mercantile ascensore sociale per lasciare fermo il diritto alla ricchezza trascurando come sia sempre frutto di violenza, sopraffazione, furbizia, crimine più o meno legale, accumulo forsennato. Lo stesso Jean Jacques Rousseau, il cui nome è stato abusivamente e scandalosamente preso in prestito dai sedicenti libertari neocitoyens in combutta con i neo poteri capitalisti del web e le scientologies nostrane, stigmatizzava la proprietà privata come l’origine di tutti i mali, un attentato continuo al diritto originario alla comunione della natura e delle sue risorse e auspicava una rivolta globale contro la proprietà per liberare veramente l’umanità dalla povertà e dalle varie schiavitù.

« Le premier qui ayant enclos un terrain s’avisa de dire : Ceci est à moi, et trouva des gens assez simples pour le croire, fut le vrai fondateur de la société civile. Que de crimes, de guerres, de meurtres, que de misères et d’horreurs n’eût point épargnés au genre humain celui qui, arrachant les pieux ou comblant le fossé, eût crié à ses semblables : “Gardez-vous d’écouter cet imposteur ; vous êtes perdus si vous oubliez que les fruits sont à tous et que la terre n’est à personne!” Mais il y a grande apparence qu’alors les choses en étaient déjà venues au point de ne plus pouvoir durer comme elles étaient : car cette idée de propriété, dépendant de beaucoup d’idées antérieures qui n’ont pu naître que successivement, ne se forma pas tout d’un coup dans l’esprit humain : il fallut faire bien des progrès, acquérir bien de l’industrie et des lumières, les transmettre et les augmenter d’âge en âge, avant que d’arriver à ce dernier terme de l’état de nature. […] La métallurgie et l’agriculture furent les deux arts dont l’invention produisit cette grande révolution. Pour le poète, c’est l’or et l’argent, mais pour le philosophe ce sont le fer et le blé qui ont civilisé les hommes, et perdu le genre humain. »

“Tant que les hommes se contentèrent de leurs cabanes rustiques, tant qu’ils se bornèrent à coudre leurs habits de peaux avec des épines ou des arêtes, à separer de plumes et de coquillages, à se peindre le corps de diverses couleurs, à perfectionner ou embellir leurs arcs et leurs flèches, à tailler avec des pierres tranchantes quelques canots de pêcheurs ou quelques grossiers instruments de musique, en un mot tant qu’ils ne s’appliquèrent qu’à des ouvrages qu’un seul pouvait faire, et qu’à des arts qui n’avaient pas besoin du concours de plusieurs mains, ils vécurent libres, sains, bons et heureux autant qu’ils pouvaient l’être par leur nature, et continuèrent à jouir entre eux des douceurs d’un commerce indépendant: mais dès l’instant qu’un homme eut besoin du secours d’un autre; dès qu’on s’aperçut qu’il était utile à un seul d’avoir des provisions pour deux, l’égalité disparut, la propriété s’introduisit, le travail devint nécessaire et les vastes forêts se changèrent en des campagnes riantes qu’il fallut arroser de la sueur des hommes, et dans lesquelles on vit bientôt l’esclavage et la misère germer et croître avec les moissons.”

Discours sur l’inégalité. J.J. Rousseau 1754

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Note: “C’est donc la propriété, l’usurpation qui a crée et institutionnalisé l’inégalité entre les hommes. Le travail, et l’oppression qui en découle, est la conséquence de la propriété. L’institution de la propriété est le début de l’inégalité morale, parce que si les hommes peuvent “posséder” les choses, alors les différences de « patrimoine» sont sans rapport avec les différences physiques. Cependant, Rousseau ne dénonce pas en soi la propriété (comme le fera l’anarchiste Bakounine), il dénonce les inégalités de propriété.” 

 “E’ dunque la proprietà, l’usurpazione del bene comune che ha creato e istituzionalizzato la disuguaglianza tra gli uomini. La fatica e l’oppressione che ne deriva è la conseguenza della proprietà. L’istituzione della proprietà è l’inizio della diseguaglianza morale perchè se gli uomini possono possedere le cose allora le differenze patrimoniali sono senza relazione con le differenze fisiche. Rousseau non denuncia la proprietà in sé (come l’anarchico Bakunin) la denuncia la diseguaglianza della proprietà.”

Anche tanti giornalisti, tanti saggisti e tanti mezzibusti, seppure si dichiarino progressisti, liberali o “di sinistra”, blaterano dallo stesso pulpito reale o virtuale, dentro il medesimo recinto e considerano un dogma che si continui dentro l’attuale perniciosa economia lottando solo per migliorarla (per chi?) includendo, in posizione decisamente minoritaria e marginale, con regalie, filantropie, elemosine e carità pelose anche in varie forme di sostegno reddituale incontrollabili e aleatorie, (inclusione, cittadinanza, minimo universale…) le fasce deboli  come se fosse possibile con questi ipocriti palliativi garantire l’eguaglianza. Soltanto in un futuro lontanissimo, parte di quella utopia che segue tante altre utopie, un futuro profondamente e radicalmente diverso, si potrà dire di fare a meno del lavoro come è oggi inteso, cioè di schiavitù e obbligo, per procurarsi di che vivere e di che godere, in altre forme, magari anche bene e trarne pure una soddisfazione come in un piacevole gioco abolendo capitalismo e salariato. Oggi tutto quello che si può cominciare a fare, magari anche attraverso una rivoluzione dell’educazione e poi dell’economia e di tutto il resto è uscire idealmente e coraggiosamente fuori da quel recinto e battersi per un cambiamento radicale dei presupposti della vita stessa imposti e governati altrove. Se le leggi ad usum delphini, i poteri e i governi remano contro, come accade sempre di più, ci si serva della disobbedienza civile con la messa in campo di iniziative, esperimenti, moti dal basso, non violenti ma persistenti, insistenti, diffusi e permanenti in una specie di insieme tra mobbing e stalking per la libertà, dal basso verso l’alto per ribaltare e trasformare e dal basso verso il basso per convincere, educare e trasformare in meglio le persone lontano dalle “non conoscenze” indotte, dagli egoismi, dalle violenze e dall’individualismo sfrenato. Si può fare perché in qualche parte già si fa. Ed è ipocrita oltre che fuorviante fingere che sia una cosa complicata, fare disquisizioni filosofiche o politiche di lana caprina, sostenere che per ora bisogna accontentarsi di piccoli minimali passi, per ostacolare il sogno per un cammino dell’eguaglianza, che, con poco, potrebbe essere realtà e trascinare con sé un forte cambiamento nel rapporto con la natura, la materia, la psiche, i nostri simili intendendovi comprese tutte le forme di vita. Ed è proprio l’educazione in una accezione nuova, diffusa, permeante ogni aspetto e ogni età  della vita l’unica che può garantire il cambiamento anche perchè nel tempo induce conoscenze e consapevolezze della realtà tali da consentire scelte politiche più vere perchè corrispondenti a ciò che la natura è e chiede: ricerca, racconto, comunione, accoglienza, rispetto, amore. Quando si nasce, e sicuramente anche prima, scatta il processo educativo istintivo e incidentale. Inizia la vita e inizia l’educazione,ancor prima di uscire all’aperto. È per questo che è la cosa più importante. È per questo che il resto deve venire dopo e di conseguenza. La natura disinteressatamente avvia la sua azione educativa con una relazione reciproca. Comunità e genitori quasi sempre non sono disinteressati e quasi sempre inculcano informazioni, idee, saperi che sono costruiti dalle storie, dalle visioni della vita, dalle tradizioni, dalle convenzioni sociali, dall’economia e dalla politica, non sempre buone, non sempre rispettose della natura e dell’umanità. Ecco perché l’educazione è il motore del vivere singolarmente e in gruppo e deve portare con sè idee virtuose di socialità, di economia, di rapporto con la natura e con gli altri. Deve portare con sè fin dai primi passi umani le parole chiave che oggi ahimè piacciono sempre meno a chi mira al dominio sugli altri e sulle cose del mondo. Queste alcune di quelle parole che spesso cambiano forma ma mai il contenuto: accoglienza, tolleranza, inclusione, equità sociale, dignità, libertà di espressione, rispetto, Come diceva Rousseau tutti i mali vengono dal possesso e dall’accumulo, dallo sfruttamento e dal non porre limiti alla proprietà oltre che ai modi per acquisirla. Forse è ora di finirla nel categorizzare le persone tra primi e ultimi, ricchi e poveri, bisognosi e non bisognosi senza agire affatto sulle cause che determinano queste differenze e a cui i poteri tutti non sono mai stati e non sono ancora estranei

 

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Giuseppe Campagnoli

17 Dicembre 2018

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arte Cinema Danza

Spadò.Un volto marchigiano tra avventura e arte.

 

Un avventuriero? Un artista? Un eclettico iperattivo? Alberto Spadolini, un figlio dei tempi meravigliosi, oscuri e confusi dell’inizio del ‘900?  Ricordo di averne parlato su questo blog quasi all’inizio della ricerca sulla sua storia al tempo della rassegna d’esordio a Riccione nel 2005 e accennato in alcuni articoli come in “Spadolini un artista eclettico e discusso nel 2012. Ho visto con interesse il documentario “Spadò il danzatore nudo” di Riccardo De Angelis e Romeo Marconi, appena disponibile dopo un lavoro prezioso e intenso del Prof. Marco Travaglini, nipote, estimatore e appassionato di quest’uomo e della sua singolare quanto ancora misteriosa storia. Ci ho trovato tanti ingredienti per un romanzo o un film vero, di vita, di contraddizioni, di arte e di mistero. Non dirò nulla sulla qualità del documentario, sulle interviste, sulla colonna sonora e sugli aspetti tecnici. Del filmato ho apprezzato, nell’insieme, la narrazione della storia e la presentazione  dei documenti che la supportano nonché la sorprendente scoperta di aspetti veramente singolari. Debbo invece dire qualcosa delle mie impressioni sul personaggio Spadò che rappresenta, come tanti altri simili a lui, a volte più famosi forsanche per motivi di mercato, di fortuna o di altro (penso a Campigli, de Chirico, de Pisis, Savinio, Severini, Tozzi, Pesce, gli Italiens de Paris, o Group des sept  ma anche a  Modigliani o  a Boldini molto vicini alle nostre terre). Tutti erano  aspiranti artisti che hanno cercato e spesso trovato ispirazione e fortuna nella  Ville Lumière tra la fine dell”800 e i primi decenni del ‘900.

 

 

La storia finalmente ordinata in una sequenza degli avvenimenti fin qui noti o immaginati, mette in evidenza anche alcune contraddizioni insieme alla versatilità di un personaggio che si è cimentato in molte diverse arti e  attività mondane e forse pure, in qualche modo, si dice, “politiche”. Dalla mia esperienza di architetto e saggista, direttore di scuole d’arte e anche appassionato di fotografia e di video  traggo spunto per segnalare la straordinarietà delle immagini del  suo film , quasi un documentario modernissimo di impressioni: “Rivages de Paris” sottolineato dalle musiche di Django Reinhardt che ben  racconta per immagini di luoghi e personaggi  la relazione intensa tra la città di Parigi e Spadò: un viaggio emblematico che fa ben trasparire il rapporto significativo che c’è stato tra i due. Mi piacerebbe vedere anche un suo altro lavoro che mi incuriosisce fin dal titolo: «Nous les gitans» del 1951.

Credo che una parte importante della storia di Alberto Spadolini sia stata nel rapporto, seppure breve e sfuggente, dal 1932 al 1935   con Joséphine Baker  tra danza e corporeità, tra sensualità al massimo grado, erotismo e figurazioni di un’arte ancora da definirsi e schiudersi. E’ la pittura che mi sembra, nonostante l’enfasi avere un ruolo secondario, seppure presentata anche  da Philippe Daverio che a onor del vero ha una formazione da gallerista e mercante d’arte improvvisatosi critico per passione  e da Stefano Papetti  storico dell’arte marchigiano. L’arte figurativa è un’attività di Spadolini da approfondire di più e meglio ma non posso certo nascondere che mi abbiano colpito   gli spunti interessanti delle rappresentazioni di danzatori e danzatrici  un po’ impressioniste,  futuriste, a tratti anche cubiste e forse  metafisiche come era nella miscellanea di influenze del tempo per chi si cimentasse con l’arte .  Alberto Spadolini fece l’aiuto scenografo e il regista in diverse occasioni e luoghi  e questo sicuramente ha giovato alle competenze e sensibilità pittoriche e visuali ma prevalentemente Spadolini appare più come uomo di palcoscenico e di danza che si caratterizzava come istintiva, primitiva, corporea e quasi tribale, nel senso coreografico ed estetico della parola. Un bel viso di giovane marchigiano nei tratti, in un corpo adatto alla danza potente e libera. Un uomo d’azione artistica tutto sommato, un uomo  futurista anche oltre il futurismo, nel gesto e nel segno. E forse l’incontro giovanile che sembra fugace e precoce con D’Annunzio ha lasciato una forte impronta.  Questa tribalità traspare anche nelle sue figurazioni e non  dimentichiamo  che pure l’arte di Picasso fin oltre il figurativo, (Picasso che pare Spadolini abbia incontrato di riflesso e per mera avventura) aveva una forte impronta di tribalità. Era nei tempi d’altra parte l’amore per l’esotico.

Il singolare eclettismo di Spadò temo non gli abbia permesso di emergere come avrebbe potuto e dovuto ma il tempo ci dà ancora delle chance e studiando più a fondo la sua storia forse si potranno scoprire risvolti che faranno apprezzare un suo lato artistico di talento universale,  predominante tra le tante sue attività e ancora un po’ nascosto e da valorizzare. La danza e la vitalità espressiva sono a mio avviso i talenti artistici emergenti dalla sua storia e dal racconto che ne fanno le immagini, i documenti, le memorie. In trasparenza si evidenzia una mente e un  occhio che vedono e rappresentano poi, col corpo, col disegno e con l’immagine, il mondo in modo esteticamente  originale  come nel suo breve film che, come ho già detto, tra i suoi prodotti, mi ha colpito di più.

Giuseppe Campagnoli 18 Dicembre 2019

 

Qui un libero collage di immagini significative e di repertorio di Alberto Spadolini e di qualche spurio artista dell’epoca. Le immagini dei dipinti di Spadolini sono state cortesemente concesse da Marco Travaglini.

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Governo Parlamento Italiano Politica

L’indicibile armada.

Ho già detto molto sul programma del nuovo governo populista ma non popolare. Nei recenti articoli ho parlato di economia e di educazione rilevando come il programma sia ambiguo in qualche caso, illiberale e iniquo in qualche altro, razzista e intollerante altrove e permeato in toto da un’aura di neoanalfabetismo culturale e sociale. Meno male che ci saranno sangennaro e la madonna del rosario a proteggere Di Maio e  Salvini con padrepio per il Prof. Conte! Il paradosso che resta è invece nelle difese a oltranza di personaggi dei media o della “cultura” pop  come Scanzi, Travaglio e altri da posizioni liberali o sedicenti progressiste sputando sentenze sul concetto di sinistra tradita come se ne fosse mai esistita  una negli ultimi vent’anni e come se il concetto di sinistra fosse in certe compagini partitiche o movimentiste invece che in un insieme di idee contrapposte al capitalismo, allo sfruttamento, all’intolleranza, all’assistenzialismo che tacita i poveri e lascia i ricchi ladri e criminali dove sono. Il governo del cambiamento ha declinato le sue ambigue intenzioni tra cose discrete e cose decisamente riprovevoli nel famoso contratto mercantile tra due forze politiche apparentemente e dico apparentemente agli antipodi.

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Tra le buone superficiali intenzioni che ho letto nei pochi punti un po’ più concreti del “patto” con gli italiani  piacerebbe alle persone di buonsenso che, almeno nel primo anno di governo:

  • riuscissero a mandare in pensione gli esodati e i “bloccati” over 65 dalla Legge Fornero senza ulteriori costi e danni per loro e per l’Italia
  • tagliassero le pensioni superiori a 5000 Euro netti mensili mentre contenessero con rigore simultaneamente, attraverso le tasse, anche i redditi e le rendite totali al massimo a 5000 Euro netti mensili così da “plafoner le revenues” come direbbero i francesi e mitigare gli effetti del capitalismo e del mercato nelle more della loro progressiva completa abolizione. Così potrebbero garantire un reddito minimo e un salario minimo di almeno 1000 Euro per il periodo strettamente necessario ad assicurare un lavoro per tutti, all’altezza degli studi, dei bisogni e delle possibilità di ciascuno proibendo speculazioni e accumuli.
  • garantissero un piano fattibile di  ricerca, individuazione e reclusione in tempi brevi per gli evasori fiscali piccoli e grandi che sono la prima causa del debito pubblico italiano che in parte detengono essi stessi con i soldi rubati;
  • si adoperassero per l’educazione con l’avvio di una rivoluzione totale del sistema scolastico, da abolire definitivamente in direzione di una controeducazione non mercantile, non reclusoria, non meritocratica, non classificatoria ma tesa alla formazione di persone libere, solidali, rispettose della natura e di tutta l’umanità.
  • rifondassero la sanità pubblica limitando le competenze e le speculazioni di quella privata alle sole materie non essenziali (sottraendo per esempio al mercato le cure dentali e quelle estetiche fondamentali) e lasciando agli sciamani le teorie antiscientifiche e pericolosamente retrograde;

Per quest’anno basterebbe questo. E non sarebbe affatto impossibile. Ma credo, visto l’andamento a volte lento, a volte ondivago a volte pericolosamente demagogico dei primi mesi, che non saranno assolutamente in grado neppure di cominciare, a meno di un miracolo con l’aiuto dei loro esibiti santi protettori. A risentirci tra sei mesi.

Giuseppe Campagnoli

7 Giugno 2018-4 Novembre 2018

“L’indicibile armada”

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Education Educazione istruzione Scuola

Diffondiamo il Manifesto della scuola senza mura.

Qui sotto il PDF del Manifesto della educazione diffusa con tutte le adesioni ed i commenti dal 31 Luglio 2018 ad oggi. Attività si stanno avviando in varie parti d’Italia.

Manifesto dell’educazione diffusa – Comune-info 

 

Più di duecentocinquanta adesioni dalla fine di Luglio ai primi di Ottobre per il Manifesto della educazione diffusa pubblicato ufficialmente per la sottoscrizione su Comune-info.

Seguendo l’evolversi degli avvenimenti dopo la pubblicazione del Manifesto, leggendo i commenti a margine delle numerose adesioni e facendo tesoro, nella nostra pur piccola realtà, di quanto è emerso negli incontri che si stanno organizzando , ho potuto constatare che ora, più che mai, è necessario mettere in pratica le indicazioni operative contenute nelle appendici del Manifesto. Per semplificare, ritengo che sia improrogabile costituire al più presto la RETE DI COORDINAMENTO citata negli “Appunti per un progetto di educazione diffusa” (come associazione, comitato o altre forme) anche per poter offrire aiuto e consulenza a chi volesse già cimentarsi nella progettazione di iniziative di scuola diffusa nella scuola pubblica. La costituzione della rete servirebbe soprattutto ad avviare una specie di censimento  delle iniziative e degli esperimenti  già in atto e in linea con i principi del Manifesto che si st traducendo anche in altre lingue. Nella rete confluirebbero tutti i gruppi formali e informali che stanno portando avanti o hanno in animo di farlo, l’educazione diffusa seguendo I suggerimenti contenuti nei citati“Appunti”  e nel testo contenente le “Azioni di educazione diffusa” che fanno parte integrante del Manifesto stesso.

 

Abbiamo raccolto qui, senza ulteriori chiose, una selezione dei commenti più pertinenti, incoraggianti e originali:

“Aderisco con piacere al manifesto. Spero di poter contribuire a dare effettivo seguito e visibilità alle sue azioni e alla sua ispirazione, che condivido pienamente.”

“Buon pomeriggio, sono Laura Roberti, psicologa dell’età evolutiva, lavoro a Roma, come libera professionista, con adolescenti affetti da disturbi dell’ apprendimento. Mi incontro e scontro spesso con la scuola, i suoi limiti, i professori, con le loro grandi capacità e le loro difficoltà. Sono una grande sostenitrice e seguace della pedagogia di Makiguchi e quindi dell’ educazione creatrice di felicità e valore. Aderisco al manifesto dell’educazione diffusa, di cui abbiamo tutti infinito bisogno, e mi rendo disponibile a collaborare con chiunque sia interessato a creare reti, progetti e sogni da realizzare insieme.”

“E’ importantissimo ragionare e agire in un’ottica di pedagogia sociale, popolare e comunitaria…”

“Aderisco volentieri, ricordando quel che disse Luciano Bianciardi sulla scuola. La scuola non deve essere costrizione e punizione. E tutti devono imparare da tutti.”

“Aderisco al manifesto e condivido. Bravi. Siamo in linea.”

“Aderisco consapevole che è un atto necessario per ridare un senso alla scuola che altrimenti si sta perdendo.”

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“Condivido pensieri, parole e azioni del Manifesto che con fatica (a volte sovraumana)
ho avuto modo di sperimentare quotidianamente in classe, insegnando storia dell’arte e l’inscindibilità del rapporto Arte/Vita. Dieci e più anni di queste sperimentazioni didattiche sono state raccontate in un libro che ho curato: “Il Liceo Artistico nel IX Municipio 1999-2012. Laboratorio Culturale Permanente Integrato al Territorio”. Restano da raccontare gli anni seguenti, svolti in un altro Liceo Artistico e caratterizzati da processi di inclusione della neurodiversità e di valorizzazione della cultura e dell’arte della migrazione a scuola, di conoscenza dell’arte, tutela del territorio e solidarietà con Amatrice, colpita dal sisma del 24 agosto 2016.
Aderisco con convinzione al “Manifesto” sperando di essere all’altezza di un progetto vitale e necessario come quello che proponete, con la speranza di essere finalmente parte di una ‘rete’ in grado di connettere le tante sperimentazioni presenti in molte scuole italiane, seppure poco conosciute e spesso isolate.”

“Sosteniamoci per costruire un altro futuro attraverso un’altra educazione.
Provo ad insegnare matematica e fisica nelle scuole superiori e lavoro su progetti di orto sinergico integrati con esperienze di agromatematica e agroscienze nelle scuole primarie. sto da anni sperimentando nuove forme di scambio educativo diffuse. Il mondo lì fuori ci aspetta,.”

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“Condivido appieno il contenuto del manifesto.Ho fatto per vent’anni l’insegnate cercando di fare quanto suggerito dal manifesto . Negli anni ’70 c’era la possibilità di perseguire una parte degli intenti descritti nel manifesto ma con gli anni 80 gli spazi di interazione si chiusero completamente e fu allora che lasciai l’insegnamento. Insegnare significa e-ducare non ammaestrare . Complimenti e auguri di buona realizzazione”

“Finalmente un’idea di scuola aperta , attiva, che si immerge nella società, nel tessuto urbanistico e si attiva per educare e formare i nuovi futuri cittadini attraverso esperienze concrete.”

URBAN MIRROR CUBE IN THE ANALOGUE TOWN

“Finalmente intelligenze, corpi, cultura, creativitá e responsabilitá sociale al potere..verso una societá migliore per tutti. Si puó, si deve.”

“I bambini, i giovani, oggi più che mai, devono essere messi in primissimo piano se non vogliamo “morire vecchi!”.
É bene rinnovarsi ogni giorno per non “invecchiare” nello scorrere del tempo, per non “retrocedere” nei nostri ideali, nelle nostre speranze, per non “arrendersi” al pessimismo.
La Societas é: un insieme di collaborazioni per “il vivere bene”.
Vivere é un bene per l’oggi, per il domani e per ” il sempre”, é una gioia un vitale fluire calmo e felice di nostre opere per il “bene comune”.
Noi ” bambini senior” dobbiamo raccontare ai bambini di oggi e contemporaneamente apprendere da loro, l’essenza della vita, per non uccidere il FUTURO!.”

“Condivido il manifesto in quanto l’educazione all’interno della scuola assume modelli di riferimento di una classe sociale di élite e
si propongono contenuti,metodi,valutazioni non corrispondenti al tessuto sociale degli alunni,inoltre la scuola,nonostante le riforme si pone ancora come unica agenzia educativa del territorio .
Bisogna iniziare una rivoluzione culturale che parte da tutti noi cittadini.”

“Per un cambiamento concreto nella società attuale è importante ripensare l’educazione.
Aderisco a questo manifesto perchè credo che con buone intenzioni si possa andare oltre e creare attraverso l’esperienza e la condivisione nuove basi per la crescita comunitaria.
L’educazione non può e non deve essere serva di interessi economici…non può avere come fine ultimo “un posto di lavoro”.
L’attuale modello scolastico è obsoleto e autoritario, è importante superare la valutazione, il giudizio, la separazione, l’educazione all’individualizzazione e alla competizione.”

“Aderisco come insegnante di musica nella convinzione che i bambini e gli adolescenti debbano incontrare la musica soprattutto nei luoghi della città dove l’ arte si esprime a grandi livelli e dove il linguaggio musicale diviene possibilità di una comunicazione senza barriere.”

“Aderisco al progetto perché credo nel manifesto che promuove. Sono una docente di
secondaria di secondo grado e per esperienza acquisita posso testimoniare quanto possano rivelarsi produttive ‘Comunità educanti’ disseminate nei territori urbani come ‘Ambienti di Apprendimento’ alternativi e paralleli a quelli della scuola, formalmente riconosciuta. Sono convinta che costituendo modelli educativi, molteplici e diversificati, sarà possibile far sì che ognuno, in fase evolutiva e post evolutiva, possa riconoscersi e costruire la propria identità. Attraverso la realizzazione di questo progetto, intravedo la possibilità di vedere finalmente aprirsi uno spiraglio alla solidarietà e all’integrazione, tanto attese.”

“Sfruttare gli spazi, spesso involontariamente lasciati più aperti di quanto si creda da alcune (poche) norme sull’autonomia scolastica e sulla sperimentazione è utile per cominciare a ribaltare da dentro il paradigma scolastico attuale. Certi spazi di manovra spesso non sono stati utilizzati per paura o conformismo mentre costituirebbero la chiave per una specie di “civile disobbedienza” che potrebbe essere l’incipit per ribaltare l’obbedienza istituzionale. Quando ero preside, qualche volta l’ho fatto, magari rischiando di persona ma ne è valsa la pena.”

“Aderisco al manifesto da mamma di tre adolescenti che,giorno dopo giorno, ha visto prendere le distanze dalla scuola fino all’abbandono del loro percorso formativo nonostante l’ottimo risultato in alcune discipline. Sulla base del mio vissuto personale mi rendo conto che il sistema scolastico immutato nel tempo non risponda più alle esigenze della società che nel frattempo si è evoluta e auspico che finalmente si possa arrivare ad una vera ‘rivoluzione’ adottando i principi e l’organizzazione di una Scuola Diffusa, nel più breve tempo possibile e su scala nazionale.”

 

 

Giuseppe Campagnoli 2 Novembre 2018

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Italia. La mia famiglia sarà presto la vostra.

 

Qui per voi la traduzione di un articolo significativo e graffiante, molto graffiante, di Antonio Fischetti autore di Charlie Hebdo, di origini italiane  (Rital nella vulgata francofona) proprio come il fondatore del giornale Cavanna. Non posso non dargli ragione per molte cose evidenziando anche  il fatto, come dice anche Jean Paul Fitoussi che l’Italia e la Francia fingono di fare politiche opposte e di contrastarsi mentre invece, in realtà, è la stessa politica che perseguono, più o meno in ogni campo. Ma i paesi del sud Europa dove cominciano?  Con la geografia o con la cultura? Uno stesso parallelo tocca Spagna, Francia del Sud e Italia del Centro nord fino ai Balcani. Perchè la Francia si chiama fuori e immagina che la cancrena razzista nasca solo dall’Italia?

 

Di Antonio Fischetti

“Il giornalista Roberto Saviano autore del best-seller Gomorra ha dichiarato in una intervista a Le Monde: “Osservate l’Italia, probabilmente state guardando il vostro futuro“. Come ha potuto questo popolo di migranti arrivare ad eleggere un governo populista e di estrema destra? Per comprendere tutto ciò, io, figlio di immigrati “ritals” sono tornato a trovare i miei cugini rimasti in Italia.”

Non ci vado spesso ma comunque è da lì che io vengo. Da qualche parte in Italia c’è un paese che concentra tutti i miei geni da un tempo illimitato ( che hanno delle buone probabilità di risalire a Giulio Cesare!): Banzano, in provincia di Avellino, a una cinquantina di chilometri da Napoli. Una piccola montagna  alcune ville opulente, pochi disoccupati, quasi zero migranti  (i più vicini sono a Napoli ma la maggior parte di essi ci passa solo). Ora, come in tutto il sud d’Italia, il Movimento 5 Stelle è fortissimo : il suo leader Luigi Di Maio è originario proprio del posto e deputato della regione.

I miei genitori sono venuti in Francia dopo la seconda guerra mondiale per cercare lavoro. Mio padre era muratore coma la gran parte degli immigrati italiani. Negli anni 60 e 70 non era raro sentir insultare i “macaroni” venuti a “sottrarre il pane ai francesi” (e secondariamente ad rubare le loro donne). Ho degli zii e delle zie emigrati in Germania, in Svizzera, in Argentina. D’altronde gli italiani hanno invaso una buona parte dl pianeta (negli USA uno dei più celebri rappresentanti di questa immigrazione era un certo Charles Fischetti guardia del corpo e cugino di Al Capone). Sappiate anche che il giornale che leggete ora è stato fondato da un figlio di “Rital”: Cavanna. Ma torniamo alla mia famiglia. Una decina di zii e di zie con  due o tre figli per coppia fanno un buon centinaio di cugini e nipoti. Le loro attività ruotano su tre settori: edilizia, mozzarelle e concerie.

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La cattiva scuola e la cattiva architettura.

 

Credo che non si possa progettare e costruire un bello spazio per una brutta scuola. Ecco anche perché l’edilizia scolastica di oggi e di ieri rappresenta la forma del concetto obsoleto, padronale e mercantile, dell’educazione e dell’ istruzione. Perfino Colin Ward l’aveva osservato della sua “Architettura del dissenso” perfettamente coniugata con la sua idea di “educazione incidentale”. Il mio recente articolo nel numero 5 de “La rivista dell’istruzione“, una specie di provocatorio infiltrato nella cultura osservante in educazione e architettura, sottolinea l’esigenza di accompagnare giocoforza ad un nuovo concetto di educazione anche una nuova visione della città e dei suoi luoghi superando il concetto manualistico e tipologico di edilizia scolastica per un’altra frontiere del concepire i luoghi dell’educare. Per una strana coincidenza, nell’ultimo numero della  rivista di architettura Casabella, vi sono degli esempi significativi dell’ “architettura” scolastica internazionale che vi ripropongo in una sintesi per immagini. Tutti gli edifici proposti sono ad uso della corrente idea di scuola che di fatto si è perpetrata immutata, forse a tratti solo dissimulata, fin dal XVIII secolo. Scuole in Burkina Faso, in Svizzera, Los Angeles  a Nantes. Globalizzazione e omologazione.

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Nell’articolo citato dalla Rivista dell’istruzione, che fa parte del FOCUS sugli spazi scolastici oggi e che vi invito a leggere, ho tentato di scuotere il pubblico di addetti ai lavori che discute di innovazione  pur restando dentro il solito recinto concettuale. Ecco il sommario del fascicolo.

La Rivista dell’Istruzione. Maggioli Editore Rimini.

FASCICOLO 5 / 2018

INDICE E SOMMARIO

IL PUNTO

La scuola che vorrei – Giacomo Stella

DOSSIER

Il supermercato, la biblioteca e l’aula scolastica – Marco Orsi

Spazi per una didattica alternativa – Mariagrazia Marcarini

FOCUS

Aula: spazio anonimo o ambiente di apprendimento? – Alessandra Rucci

Materiali per nutrire l’immaginazione – Franco Lorenzoni

Le carte geografiche murali – Gino De Vecchis

Le pareti di una scuola raccontano… – Maria Rosa Turrisi

Le riunioni e i gruppi di lavoro – Paola Toni

Sull’uso del grembiule a scuola – Cinzia Mion

Evviva l’intervallo (e il cortile) – Lorenza Patriarca

Cooperare a scuola – Mariella Marras

La campanella e l’ora di lezione – Stefania Chipa, Elena Mosa, Lorenza Orlandini

PROFESSIONALITÀ

Cattedra – Maurizio Muraglia

Imparare leggendodi Gheti Valente

CULTURA DELLA SCUOLA

Quaderni e quadernoni per costruire conoscenza – Roberta Passoni

La messa a punto del testo – Rinaldo Rizzi

SAPERI DI CITTADINANZA

La classe, spazio che include o che esclude – Luciano Rondanini

GOVERNANCE

Il disegno di una città educante scolastica – Giuseppe Campagnoli

 

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DESKTOP

Le inquietudini della scuola del futuro – Roberto Baldascino

SILLABARIO

Il cartellone delle presenze – Lorella Zauli

OSSERVATORIO GIURIDICO

Quale educazione finanziaria economica? – Mavina Pietraforte

(RI)LETTI PER VOI

Rileggendo Bruner. Saggi per la manosinistra – Giovanni Fioravanti

 

 

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Nel fascicolo della rivista si danno numeri sull’edilizia scolastica, si avanzano proposte di ogni sorta ma, in sostanza, si descrive il desolante panorama delle scuole italiane oggi, si ricordano e raccontano i tentativi lodevoli di superarlo  e le soluzioni spesso palliative. D’altronde il vero problema è rinnovare radicalmente l’educazione e con essa i suoi luoghi deputati, moltiplicandoli, trasformandoli  e “sparpagliandoli”. Ecco l’incipit significativo del mio pezzo che presenta qualche ironia nel titolo:”Il disegno di una città educante scolastica”.  Per il resto leggete la rivista.

“Ci sono le città, i loro quartieri, le campagne, le montagne, le coste e il loro intorno ambientale. Ci sono 42.000 edifici scolastici urbani e rarissimi rurali tra cui molti obsoleti, insicuri, di vecchia concezione, altri nuovi ma vecchi nell’idea, seppure accattivanti tecnologicamente ed esteticamente ma pur sempre delimitati, gerarchizzati negli spazi, ingenuamente funzionali ed in genere emarginati in aree similcampus e periferie degradate spesso senza alcuna decente urbanizzazione. Prima di poter trasformare la città in educante, cosa che potrà avvenire tra non meno di qualche decennio, posso suggerire alcuni passi nella marcia di avvicinamento che potrebbe essere avviata fin da ora in una specie di periodo di transizione tra la scuola delle materie, degli orari, delle cattedre, dei banchi e delle mura e della educazione ristretta e contenuta a quella della educazione diffusa. Purtroppo si insiste ancora a minimizzare il ruolo dei luoghi dedicati all’educazione con posizioni pervicacemente retro, quando si persevera diabolicamente nell’intervenire in termini di edilizia scolastica facendo sospettare persino che ci sia uno strizzare l’occhio alle economie del costruire e della cementificazione, oggi sostituita per mitigare l’effetto di reclusorio scolastico dalla falsa ecologia del costruire in legno, con colori, arredi ergonomici, vetrate e giardinetti, magari chiavi in mano. Dovrebbe invece essere l’insieme delle auspicabili trasformazioni del tessuto urbano in funzione educante la chiave di volta per il recupero, il risanamento il ridisegno delle nostre realtà territoriali (città, campagne, ambiente in generale) attraverso le emergenze architettoniche vecchie e nuove che si caratterizzerebbero anche per una marcata vocazione culturale e didattica. Non sto a ripetere le argomentazioni più volte espresse nei miei tanti articoli e saggi per ribadire come quelli che avevo chiamato già nel 2010 nel Secondo Manifesto della scuola marchigiana i “luoghi da amare”   non possono essere un aspetto marginale o di semplice contorno nell’idea di una città educante.”

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Giuseppe Campagnoli

23 Ottobre 2018

 

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Controarchitettura per l’umanità.

 

Il potere, politico, laico, religioso o economico  si è sempre espresso e, ahimè, si esprime ancora, attraverso i suoi monumenti e le sue città che vuole immutabili e celebrativi. I municipi, i parlamenti, i castelli, le chiese, le moschee, le scuole, i centri commerciali e i financial buildings, le residenze e i giardini rappresentano spesso  il dominio della politica, dell’economia e anche della cultura  di pochi sui tanti. Ma anche i tipi della residenza e del lavoro sono stati influenzati dai vari poteri. La vendetta che la storia e le trasformazioni urbane si sono prese nel tempo ha fatto sì che un convento diventasse una scuola, una chiesa un teatro, un castello un museo. Ma questo non basta. Occorre che i luoghi e i manufatti non diventino mai dei monumenti ma crescano e si trasformino con la città in modo collettivo ed autonomo per rispondere ai bisogni dei suoi abitanti e non dei suoi temporanei padroni. Allora è bene che non vi siano più degli edifici a senso unico, dedicati rigidamente ed esclusivamente  alla funzione dominante, sia essa espressa attraverso una scuola, un teatro, un centro commerciale, una casa.

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E’ finito il tempo delle tipologie d’uso e delle funzioni esclusive. Ora bisogna pensare alle forme ed agli spazi e al loro valore disgiunto dall’uso temporaneo. E per temporaneo non intendo secoli o anni, ma  anche solo giorni, ore e minuti. La tecnologia e il web in questo, paradossalmente, se usati bene ci possono aiutare mirabilmente. Allora si sarebbe connessi non per le perverse ed inutili funzioni dei social ma per lavorare, imparare, giocare, curarsi in qualsiasi luogo della città che sarà accogliente e bello, non una macchina tesa a far svolgere le funzioni umane ad uso e consumo di chi ci vuole organizzati e ordinati, magari imbellettata dalle sue forme esteticamente accattivanti ma subliminalmente condizionanti.

La prima cosa da fare è non costruire più nulla per un po’. Il lavoro degli architetti, ammesso che ve ne sia ancora bisogno, è quello di trasformare e riadattare continuamente.  E’ infatti un delitto non riutilizzare in senso polifunzionale spazi e luoghi vecchi e nuovi abbandonati o malamente usati nelle città, magari in autocostruzione, recuperare le campagne da falsi agricoltori e falsi  agriturismo, far vivere a tempo pieno le seconde, terze e quarte egoistiche case  e tutto il patrimonio edilizio in mano alla speculazione (non si fa business sull’abitare, sulla salute, sull’educazione…) La nuova architettura sarà pensata come indifferente a ciò che conterrà ma  assumerà significati diversi e “bellezze” diverse perfino durante una stessa giornata. Un po’ come nella forma dell’acqua. Questa si adatterà al suo contenitore e ne  costruirà la forma, il colore… Attrezzature e impianti destinati a funzioni speciali (cura, manifattura, educazione…) potranno essere inseriti ed istallati modularmente, quando e per quanto tempo servissero, in strutture a parte, mobili e flessibili. E’ questa la vera anima del museo diffuso, della scuola diffusa, dell’agricoltura diffusa, della salute diffusa, della città diffusa. Niente monumenti, niente casamenti ma luoghi e spazi liberi e fluttuanti, tra edifici storici che rivivono di una esistenza nuova, ma provvisoria, e nuovi luoghi mutanti e mimetici per non violare la natura e la storia. La nuova architettura sarà pensata e costruita dai suoi fruitori collettivamente come avveniva spesso fino al medioevo, senza intermediari pubblici o privati.

In “Questione di stile” avevo già tracciato qualche linea di controarchitettura.

“Rileggendo gli scritti e i  disegni di Aldo Rossi ho rinnovato la convinzione che vi sia più che mai bisogno di rifondare l’architettura della città affinchè non si dica in futuro che dal razionalismo in poi non vi è più stato uno stile in architettura e forse anche nelle altre arti. Uno stile non autoritario ma spontaneo, diffuso, collettivo. Da tempo ho rinunciato alla professione abbandonando l’ordine professionale italiano con una lettera in cui lamentavo la situazione  di un mestiere che è pur sempre stato  un venale mercato dove l’arte  la cultura e la socialità hanno un ruolo subalterno quando non sono assenti del tutto. Il territorio è nelle mani degli endemici geometri e di troppi architetti e ingegneri ormai rassegnati a fare di tutto assecondando committenze pubbliche o private, imprese o speculatori protervi ed ignoranti di storia, di compatibilità vera e finanche di economia! Rara è l’architettura che rifiuta di essere corpo estraneo per moda o per tensione esibizionista all’originalità ed al “Fanta building”. La cultura del trasformare correttamente la realtà per vivere e lavorare deve essere prima radicata nella gente, nei cittadini e nella oltre che nella politica e nella professione ammesso che ve ne sia ancora bisogno. La società non ha bisogno delle archistars e forse non ha nemmeno più bisogno dell’architettura così come l’abbiamo concepita finora né dei suoi mercantili mentori. Ma tant’è, in qualche paese, si diventa senatori anche per questo e si capisce allora anche l’antica provocazione di Caligola! Bene ha scritto Colin Ward nella sua “Architettura del dissenso” : “La cultura ufficiale e autoritaria prescrive determinate forme architettoniche per la casa, l’ufficio, l’opificio, la scuola, anche differenziati per ogni tipo di gerarchia…” “Ora che il movimento moderno si è esaurito capiamo come i suoi principi fossero elitari o brutalmente meccanicisti ignorando le preferenze della gente per i luoghi della loro vita, del loro lavoro, del orto svago..”

Tempo fa trovai in una libreria a Béziers, nel sud della Francia. un divertente libercolo della collana disimpegnata “Juste assez de…” edizioni Dunod intitolato “Juste assez d’architecture pour briller en société” di Philip Wilkinson cioè “Quanto basta di architettura per non sfigurare in società”: sottotitolo: i 50 grandi stili che dovete conoscere. Art déco, Costruttivismo, Bauhaus, Le Corbusier, Mies Van der Rohe, Wright….gli stili diventano evanescenti, emergono architetti isolati e l’unico tentativo di ricreare uno stile contemporaneo, cui molti avrebbero potuto aderire, sembra essere quello della cosiddetta “tendenza” maldestramente chiamato anche “neo-razionalismo” teso alla costruzione di una idea di architettura rispettosa della forma urbana  e del paesaggio, fino a diventare autonoma, collettiva e spontanea come se la città trasformasse sé stessa. Il resto dell’architettura non aspirava alla costruzione di uno stile per l’uomo ma alla tecnologia e al mercato ad una improbabile ecologia urbana, ad un eclettismo senza le forme dell’arte ma con le funzioni della tecnologia esasperate e padrone. L’architettura dei mezzi e delle funzioni si sostituisce a quella delle forme, dell’arte e della poesia con effetti devastanti per i paesaggi urbani e non. Tornando alla mia passione che è la scuola e i suoi luoghi, ci sono pochi edifici che possono rappresentare “l’architettura” come le scuole o i municipi, le chiese, le biblioteche, i musei, i civici “monumenti” insomma. Da questi e intorno a questi, nella storia, si sono aggregate le case d’abitazione configurando un proprio stile peculiare in ogni epoca e in ogni paese. A me pare che oggi questo non esista più e da una parte è anche un bene se si volesse ricominciare da zero a ridisegnare le città e il territorio. Oggi è un po’ come nelle altre arti, dove il mercato decide quali forme siano buone e quali cattive,quali valgano e quali no generando fratture nette col passato, revival, neocorrenti e grandi bluff a seconda dei casi. L’architettura ahimè in tale contesto è la più visibile ed è insieme anche la più sociale e fruibile, poicè ci si vive e ci si muore, ci si cura, ci si apprende, ci si lavora, ci si diverte, ci si comunica. Che allora, oggi non meriti uno stile o degli stili è un vero peccato o che, meglio, non diventi parte del fare umano e non di pochi eletti è una disgrazia. Lo stile più bello in Europa era quello del medioevo, quando non c’erano architetti ma interpreti della città come i famosi maestri comacini e i meravigliosi autocostruttori del popolo.

Giuseppe Campagnoli

5 Ottobre 2018

 

 


 

 

 

 

 

 

 

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L’educazione diffusa allo Sponzfest 2018

 

Un’ambasciatrice d’eccezione ha portato il Manifesto della educazione diffusa in seno allo Sponzfest di quest’anno: “Lo Sponz Fest, nella sua edizione del 2018, vuole indagare l’oscurità delle selve, l’emersione del rimosso, insomma, l’ampio versante del selvaggio liberatorio che ci salva tutti, approcciandolo lungo molteplici strade: con gli incontri della Libera Università per Ripetenti, con le istallazioni artistiche e gli scatenamenti musicali e festivi, con l’esplorazione dei territori selvatici e, infine, con l’esperienza di una notte selvaggia che evocherà le paure e i rimpianti più ancestrali per esorcizzarli durante il culmine dell’edizione” 

Nell’ambito dell’intenso programma del festival 2018 dedicato alla “selvatichezza” voluto e diretto da Vinicio Capossela, oltre la musica, lo spettacolo, le arti varie e le performances, l’iniziativa di presentazione del libro  scritto da Ester Manitto sull’esperienza straordinaria vissuta con AG Fronzoni che è sfociata nel progetto di scuola diffusa in seno agli istituti di alta formazione artistica di Milano (NABA ,Marangoni..) ha avuto come corollario una vetrina sull’educazione diffusa e sulla città educante ormai pronte a rendersi concrete con la pubblicazione del Manifesto operativo della educazione diffusa.

 

 

Scrive Ester  Manitto circa la sua esperienza a Milano:

“Perché “La scuola diffusa”? Spostare i confini e imparare facendo.Gli episodi che mi hanno consentito di sviluppare le riflessioni e quindi le proposte didattiche che da qualche anno sperimento con i miei allievi hanno origine, in parte, da quando, nel 1987 studentessa di A G Fronzoni, ebbi modo di apprezzare il metodo didattico che egli aveva formulato nella sua scuola-bottega.
Fu Albe Steiner che nel 1967 chiamò A G Fronzoni a insegnare all’Umanitaria: da allora Fronzoni si dedicò all’insegnamento per tutta la vita, e nel 1984, quando fondò la sua scuola-bottega mise in pratica il programma che avrebbe voluto applicare già negli istituti dove aveva insegnato fino ad allora, ma che a causa dei rigidi schemi scolastici non poteva applicare pienamente. Diede così vita a una scuola diversa da quelle esistenti. Per fare questo trasse ispirazione dal concetto di “bottega” rinascimentale, il luogo, dove gli allievi si recavano a “imparare facendo” sotto la guida di un Maestro.” 

La mia scuola diffusa

“La scuola diffusa” nella città di Milano è il mio progetto didattico che intende creare percorsi educativi per gli studenti che scelgono di studiare design, comunicazione visiva, arte, moda a Milano. Orientare questi giovani fuori dai perimetri psicofisici degli istituti diventa quasi un’esigenza considerando che Milano è la capitale del design. La scuola diffusa, è un progetto che prende forma per generare connessioni con la realtà della città di Milano (e non solo) anche grazie alle manifestazioni permanenti e periodiche che si susseguono nella vasta offerta metropolitana.
L’idea de “La scuola diffusa” nasce da un ragionamento maturato con l’esperienza. Gli studenti che frequentano le scuole di design a Milano prevalentemente provengono da svariate parti d’Italia, d’Europa e del mondo, pertanto la loro conoscenza di Milano è scarsa se non addirittura nulla. Creare per loro percorsi didattici mirati è un’occasione formativa molteplice che consente sia di approfondire i loro interessi, sia di conoscere meglio la città dove vivono e studiano per sentirsi un po’ meno estranei.
L’intento del mio programma è di suggerire itinerari per imparare a percepire il d’intorno come un sistema educativo, come se fosse la città di Milano medesima, attraverso le sue infinite peculiarità, a diventare università.
Gli itinerari de “La scuola diffusa” generalmente includono luoghi deputati al design, all’arte, alla moda, studi di professionisti, Fondazioni dei maestri del design, show-room, gallerie d’arte, negozi, laboratori, mostre, fornitori, eventi, manifestazioni, ma anche eccellenze relative alla cultura italiana.”

Questa è la prova che l’educazione diffusa può svilupparsi e nascere in qualsiasi contesto di apprendimento e di vita, in grandi città come in piccoli centri, in aree di esperienza che toccano le arti, la scienza, il design, la lettura, la scrittura, la musica e tanto altro e che i luoghi per una città educante ci sono già: basta usarli, trasformarli, ridisegnarli e renderli vivi e stimolanti. Il disegno di una città educante è collettivo, corale, progressivo e continuamente mutante.

Lo scriveva in una accezione di educazione diffusa ante litteram anche l’architetto, anarchico, educatore ed economista Colin Ward di cui, nella presentazione del volume  “L’educazione incidentale”   Elèuthera Milano 2018, si dice: “Famiglia e scuola sono sempre stati considerati i luoghi per eccellenza dove bambini e bambine, ragazzi e ragazze, acquisiscono un’educazione. Colin Ward decide invece di esplorare un particolare aspetto dell’educazione che prescinde da queste istituzioni: l’incidentalità. Ecco allora che le strade urbane, i prati, i boschi, gli spazi destinati al gioco, gli scuolabus, i bagni scolastici, i negozi e le botteghe artigiane si trasformano in luoghi vitali capaci di offrire opportunità educative straordinarie. Questa istruzione informale, volta alla creatività e all’intraprendenza, rappresenta pertanto una concreta alternativa a un apprendimento strutturato e programmato che risponde più alle esigenze dell’istituzione e del docente che alle necessità del cosiddetto discente. Si configura così un approccio al tempo stesso nuovo e antico alla trasmissione delle conoscenze in grado di fornire un’efficace risposta a quella curiosità, a quel naturale e spontaneo bisogno di apprendere, che sono alla base di un’educazione autenticamente libertaria.”

Concludo con le immagini ed alcune frasi emblematiche tratte dai volumi che raccontano insieme, anche a distanza di luoghi e di tempi, ma in una rara sintonia di intenti, un’ idea che parrebbe utopistica ma non lo è affatto perchè ciò che sta accadendo oggi, lentamente ma decisamente, è la sua applicazione reale in vari modi nella città e nel territorio dell’educazione.

Giuseppe Campagnoli

25 Settembre 2018

 

 

“Dalla didattica della progettazione alla didattica di uno stile di vita”

” Mai più aule tra i muri e studenti che volgono lo sguardo teso alla fuga al di là dei vetri chiusi”

” Ora entriamo in quella che lei definisce la “Casa Matta” , una delle cinque basi o tane dove si riuniscono le ragazze e i ragazzi e le bambine e i bambini per ritrovarsi con i mentori e per prendere decisioni, discutere, concordare progetti…”

“Ogni angolo della città è un’aula scolastica, ogni strada uno spazio di incontro e di sperimentazione di relazioni vitali, ogni contesto urbano o rurale in cui viviamo è un luogo di apprendimento,ogni occasione è propizia a stimolare l’autonomia e la partecipazione diretta alla vita sociale”

 

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Sperimentare la scuola diffusa nella città

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Trasformare l’educazione e la città dal basso.

Dopo la pubblicazione del Manifesto della educazione diffusa  la campagna di adesioni sta proseguendo ed anche i contatti per avviare iniziative e progetti. Per agevolare la messa in pratica di proposte sperimentali provo a fare una estrema sintesi delle principali ineluttabili azioni concrete da poter mettere in campo fin da ora.

    • Il primo passaggio fondamentale è la costituzione della Rete di coordinamento della educazione diffusa con la fondazione di una associazione, un comitato e una direzione scientifica che garantiscano le competenze nelle aree educative e pedagogiche, amministrative e di pianificazione e progettazione architettonica. Dalla rete nasceranno gruppi formali e informali (alcuni sono già presenti sui socials) per avviare o progettare esperienze di educazione diffusa.

 

    • A livello periferico e locale occorre costruire micro-reti di educazione diffusa e comunità educanti composte da almeno un istituto scolastico, un comitato di genitori, enti pubblici, associazioni, botteghe, teatri, mercati, biblioteche e librerie, musei, professionisti volontari e singoli cittadini. Il tutto potrebbe già operare negli spazi disponibili nelle norme per le sperimentazioni e l’autonomia scolastica.

 

    • I primi firmatari del Manifesto supporteranno le iniziative in nuce proponendo incontri formativi e di progettazione nei territori a loro prossimi.

 

    • I gruppi di supporto alla sperimentazione locale, costituiti attraverso la rete di coordinamento, attiveranno la progettazione volontaria di architetture tese a  trasformare gli spazi individuati nella città educante in altrettanti luoghi di apprendimento, ricerca e condivisione e per proporre idee alle amministrazioni locali in sostituzione della obsoleta e superata edilizia scolastica verso il concetto di basi, portali e agorà da dove partire, tornare e sostare per scambiare, condividere, verificare le esperienze vissute nelle peregrinazioni educanti per la città il territorio (cfr. Il disegno della città educante)

 

    • La sperimentazione si avvierà includendo sempre più parti di attività di “scuola aperta” diminuendo gradualmente l’orario rigido al chiuso per sostituirlo con  momenti flessibili di attività per aree tematiche all’esterno e nei luoghi educanti della città, per tutto l’arco dell’anno solare.

 

    • Strumenti come protocolli e convenzioni sono già delle collaudate modalità per coinvolgere ed impegnare enti, associazioni, privati, sponsors. Potranno essere attivate dai gruppi locali apposite campagne di donazione e di contribuzione o attivare la partecipazione a bandi nazionali o europei.

Importantissima è infine l’azione di sensibilizzazione nei territori con incontri e seminari divulgativi, performances, mostre, street socials, concerti, spettacoli teatrali e ogni altra iniziativa pubblica utile a far conoscere l’idea e promuovere le esperienze di educazione diffusa. 

Pesaro 18 Settembre 2018

Giuseppe Campagnoli

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Il manifesto della educazione diffusa si “diffonde”. Ma l’architettura della città?

 

Dopo aver assistito al meraviglioso varo del Manifesto della educazione diffusa che centinaia di adesioni sta ricevendo che si spera siano tutte operative, alla data di riapertura delle scuole (nulla per ora è cambiato) resta l’urgenza di riflettere su un aspetto non trascurabile del  progetto sull’educazione diffusa. Emerge prepotente da tutti i risvolti dell’esperienza vissuta intensamente (libri,seminari, convegni, articoli, dibattito serrato) in questi ultimi due anni (dal seminario di Cesena del Settembre 2016) la carenza di cultura architettonica ed urbana in gran parte degli attori e del pubblico che hanno seguito il processo evolutivo dell’idea di una scuola senza mura. D’altra parte l’Italia, se si eccettuano le tante archistars del libero mercato internazionale ipertecnologiche e narcisiste, è da decenni un panorama desolato di centri storici deturpati o abbandonati, di periferie squallide e invivibili, di architettura inesistente e di edilizia pervasiva, mercantile e mostruosa. Non è un caso se accanto al successo del Manifesto della educazione diffusa pubblicato nel Marzo del 2017 altrettanto non è accaduto per “Il Disegno della città educante” dove si argomentavano, anche in termini progettuali e operativi le indispensabili  e ineluttabili trasformazioni, anche radicali della città per poter trasformare la scuola in educazione diffusa. Persino la politica insiste a minimizzare il ruolo dei luoghi dedicati all’educazione con posizioni pervicacemente retro, quando persevera diabolicamente nell’intervenire in termini di edilizia scolastica facendo sospettare persino che ci sia uno strizzare l’occhio alle economie del costruire. Eppure potrebbe essere proprio l’insieme di queste trasformazioni del tessuto urbano in funzione educante la chiave di volta per il recupero, il risanamento il ridisegno delle nostre realtà territoriali (città, campagne, ambiente in generale) attraverso le emergenze architettoniche vecchie e nuove che si caratterizzerebbero anche per una marcata vocazione culturale e didattica.

Non sto a ripetere le argomentazioni più volte espresse nei miei tanti articoli e saggi per ribadire come quelli che avevo chiamato già nel 2010 nel Secondo Manifesto della scuola marchigiana “luoghi da amare”   non possono essere un aspetto marginale o di semplice contorno nell’idea di una città educante. Non si cambia l’educazione solamente uscendo più volte dai reclusori scolastici che per la maggior parte del tempo resterebbero tali o moltiplicando le gite e le visite scolastiche horslesmurs. Va ribaltato il concetto di luogo dell’educazione e l’architettura ha un ruolo determinante in questa trasformazione radicale della scuola e della città insieme. Ahimè pochi o nulli sono ancora gli architetti, gli urbanisti, gli esperti di disegno urbano (il sottoscritto non fa eccezione…) invitati o coinvolti nelle varie kermesses in programma già dal mese di settembre sulla educazione diffusa. E’ veramente un peccato. Speriamo che gli organizzatori e gli sponsors degli eventi si ravvedano presto e capiscano che l’educazione diffusa non si realizzerà senza le necessarie trasformazioni dei luoghi della città e della città stessa.

Scuole e carceri moderne

 

“Ancor prima di effettuare l’annunciata simulazione giocosa sul corpo vivo di una vera realtà urbana, vorremmo lasciare un messaggio in bottiglia ad educatori ed architetti giovani e visionari capaci di raccogliere il testimone con entusiasmo. Occorre costruire un abaco di tipologie da forme urbane vecchie e nuove che abbiano in nuce l’essenza dell’accogliere collettivo e dell’educare in reciprocità come lo hanno sempre fatto una casa o un teatro, un bosco ed un museo, una piazza e una strada spesso senza bisogno dei maldestri architetti interpreti   spesso solo di sè stessi. Non più l’urbanistica (che ordina e controlla) ma il disegno poetico della città in divenire che come un organismo vivo cresce e si trasforma insieme a chi la vive liberamente mentre apprende con le genti e le cose d’intorno. Tra un architetto e un filosofo più un poeta fantasma che alberga in entrambi, sono stati partoriti le radure e le piazze, le strade cupe, i portali, i giardini di insalate e frutteti, le fontane che danno vino e cioccolata, gli orti teatrali e la babelica biblioteca totale, il quartiere dei balocchi e dei burattini, il giardino delle bocce e degli scacchi, l’emeroteca ciclabile, il museo peripatetico e gli alberi dei tablets e degli smartphones. Ritorneranno presto i fantomatici, misteriosi mimetici cubi specchiati e variopinti, non-architetture ma macchine fantastiche e interattive già avvistate in giro per l’Europa nei disegni a Bruges e Strasburgo come a Venezia, Vienna, Lucca e Pesaro. Essi, provocatori dei ex machina, ed eros urbani, dialogano con i vecchi palazzi e manieri e li invitano ad aprirsi e a diventare bei luoghi dove vivere, lavorare ed imparare senza funzionalismi ingenui o ordinatori.

Da queste fantasie nascono i più realistici tentacolari portali che disegneranno le forme essenziali mentre sarà chi li vive a riempirli di volta in volta di significati e contenuti come belle e multiformi stazioni di partenza per viaggi della conoscenza dove l’errore ha il solo senso del suo etimo errabondo.Questi potranno essere, accanto a tutti gli altri luoghi del vivere e del lavorare per vivere, gli oggetti e i tipi architettonici della città educante cui sarà data la prima forma. Alcuni sono già nei nostri schizzi, altri nelle nostre menti pronti ad uscirne per affidarli a chi saprà renderli finalmente reali. ” Dall’anteprima de “Il Disegno della città educante.” di Giuseppe Campagnoli pronto per la seconda edizione nel 2019.

Giuseppe Campagnoli 1 Settembre 2018

 

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Il cammino dell’educazione diffusa.

Partendo dai prodromi insiti nei libri “Piccolo manuale di controeducazione” di Paolo Mottana e “L’architettura della scuola” di Giuseppe Campagnoli, datati rispettivamente 2011 e 2007,e dalla teoria di altri scritti sulle nuove idee di educazione e di luoghi dell’educazione la strada è stata lunga ma proficua. Nel 2017 è uscito il libro “La città educante. Manifesto della educazione diffusa” scritto a quattro mani da Paolo Mottana e Giuseppe Campagnoli, mentre immediatamente dopo appare “Educazione diffusa. Per salvare il mondo e i bambini” dello stesso Paolo Mottana e di Luigi Gallo, che riprende ed amplia alcuni concetti riferiti all’educazione presenti nella “Città educante…”

L’anno 2017 è stato un periodo pieno di incontri, seminari, presentazioni dedicati all’idea, al libro ed al progetto che ne frattempo si stava costruendo in diverse realtà per provare a sperimentare nel reale. Da Cattolica a Recanati, da Roma a Milano e Monza, da Macerata, Urbino, Pesaro, Fano e Senigallia, Genova, Riccione e tante altre città e regioni, con echi fino in Francia e Brasile.

L’accelerazione nel 2018, dopo il convegno nazionale “Ma sei…fuori?!” in Maggio a Milano ha portato a scrivere e pubblicare, con il prezioso aiuto della redazione di Comune-info il “Manifesto della educazione diffusa” in forma operativa, con appunti indispensabili e utili a chi, tra scuole, comuni, associazioni, genitori, insegnanti, volesse sperimentare l’idea nei luoghi della città e sempre più fuori dai reclusori scolastici per trasformarla finalmente in educante. Anche l’anteprima di un manualetto su come trasformare con l’architettura la città in educante (Il disegno della città educante) ha spinto in avanti la realizzazione concreta dell’idea. Ora dovremo calare nella realtà quante più “prove” di educazione diffusa. E nuovi strumenti nasceranno: gruppi, spazi di condivisione in diretta, seminari e incontri.Stanno per uscire due articoli su Innovatioeducativa e  La rivista dell’istruzione:

Brecce nell’establishment scolastico e anche nel “finto nuovo che avanza”.

Siate pronti e attivi!

Ecco gli appuntamenti già in calendario per settembre.

https://quartiereeducante.com/2018/08/26/tanti-appuntamenti-per-settembre/

Giuseppe Campagnoli

Il video del convegno di Cesena nel Settembre 2016 dove l’idea fu esposta in anteprima nazionale.

Propongo qui un collage di tutti gli eventi e delle suggestioni di questi due anni di lavoro e di coraggioso entusiasmo.

 

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I mecenati

 

Durante un viaggio tra il piacere dell’errare e la tristezza dell’accadere mi imbatto in una bella e singolare esibizione di migliaia di artisti riuniti  a Trieste nel Salone degli Incanti sotto l’egida mecenate dei Benetton (nella fattispecie Imago Mundi-Luciano Benetton Collection). Mi corre subito un pensiero al danaro, alla sua provenienza, ai mecenati, alle tragedie vecchie e nuove, a Genova e all’Argentina a che cosa sia l’arte e quanto essa sia più o meno serva del mercato o dei sensi di colpa e delle carità pelose dei mecenati filantropi. E mi sorge d’impulso un pensiero: “Hanno sempre tantissimo da farsi perdonare i mecenati e tantissimo anche gli artisti?” Le immagini che vedete senza alcun ulteriore commento sono una scelta di impressioni dettate proprio da questi ed altri sentimenti.

Giuseppe Campagnoli

Trieste 16 Agosto 2018

 

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Per sperimentare l’ educazione diffusa

 

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Brut

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Un po’ di coraggio per l’equità

L’Italia è per antonomasia il paese dell’agricoltura,della cultura,dell’arte, del turismo e dei servizi formativi e culturali di qualità. Per far ripartire il paese puntiamo su questo.L’industria e la finanza sono state solo occasioni di sfruttamento e di speculazione. Non erano assolutamente la vocazione di un paese come il nostro.Sono state “inventate” e sappiamo come sono finite.

Ora coraggiosamente si può fare qualcosa:  recuperare, attraverso la confisca immediata, i patrimoni evasi e il surplus patrimoniale accumulato illegalmente e disegualmente ; confiscare ed assegnare con le dovute garanzie di serietà, capacità e merito a disoccupati e giovani in cerca di lavoro fondi agricoli abbandonati,mal gestiti o utilizzati per altri fini (sfruttamento estensivo di pannelli solari,colture ogm e non autoctone e biologiche,falsi agriturismo); fare la stessa cosa con le seconde e terze case non affittate a equo canone o non date in comodato per consegnarle a giovani e famiglie ad affitto bloccato o per avviare attività turistiche e culturali; riassegnare concessioni balneari  a termine controllandone lo sviluppo turistico di qualità e i prezzi; contrattualizzare in public companies giacimenti  di beni culturali (musei,immobili storici,scavi archeologici etc..) con adeguato guadagno per lo Stato e garanzie di qualità per la fruizione e lo sviluppo; pianificare organicamente l’offerta turistica. Infine fissare limiti munimi e massimi per i redditi pubblici e privati in modo che il differenziale non superi mai (dico mai!) il doppio.Tutto ciò con un rigoroso criterio del “più stato efficiente e poco mercato” come sostengono anche (c’è il trucco?) le più avanzate concezioni economiche internazionali, pure dentro il capitalismo! (cfr. “The Entrepreneurial State” e “Government — investor, risk-taker, innovator” M. Mazuccato)

La politica che non segue questa semplice via ci pare decisamente in mala fede.

Giuseppe Campagnoli

6 Dicembre 2013 e 22 Luglio 2018

 

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Cambiamenti, giammai rivoluzioni.

Pagheranno come si deve maestri, insegnanti, professori? Continueranno a costruire reclusori scolastici? Terranno ancora il principio dell’ alternanza tra scuola e lavoro? Sosterranno che non c’è bisogno di una rivoluzione in educazione? Continueranno a glissare sul  superamento delle differenze tra stranieri, italiani, generi, disabilità e tanta altra umanità? Vorranno  realmente mai una educazione libera e diffusa o ne cavalcheranno solo per propaganda  gli aspetti esteriori e superficiali come: apriamo le scuole, facciamo più lezioni all’esterno, scuola anche in estate, tirocini e gite scolastiche, esperimenti vari ed effimeri? Si cambierà qualcosa in meglio?

Poiché non voglio passare come sempre per il solito bastian contrario, desumete liberamente le risposte da questa intervista di qualche giorno fa del Ministro Bussetti all’Avvenire e anche dal resoconto stenografico della sua audizione recente alla riunione congiunta delle VII Commissioni Cultura e istruzione di Camera e Senato presto disponibile sui siti istituzionali.

Leggete anche: Chi ha paura dell’educazione diffusa

Giuseppe Campagnoli

(In copertina: 2018  Nuovi reclusori scolastici a cinquestelle )

 

 

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Popsofisticherie short

Quest’anno dedicheremo, come promesso, poche righe alla saga di Popsophia che vediamo drasticamente ridotta a soli 2 (due) giorni! Non ne conosciamo il motivo (economico? stanchezza del pubblico? stanchezza degli sponsores?) Invece emergono le solite costanti: volontariato a gogo, per non dire sfruttamento giovanile, strumentalizzazione delle scuole sotto l’ombra del perfido, ipocrita strumento dell’alternanza scuola-lavoro, ospiti soliti noti o insoliti noti (né di destra né di sinistra?) che migrano dalla tivù e dai social ai palchi estivi della penisola e…novità delle novità accesso programmato con tanto di coda. Il titolo ci pare invece azzeccatissimissimo (oltre che scontatamente lapalissiano nel ipercelebrato tema sessantottino) come direbbe Leopardi con i suoi sarcastici superlativi: “Vietato vietare”. A cinquant’anni dal nostro sessantottino diploma di Liceo Classico e dopo tre anni di assenza in diretta (ma non in differita) ho visitato Rocca Costanza l’ultima serata. Interessante e originale Sansonetti e il “suo” ’68 se si eccettua uno scivolone linguistico sulla commissione MacCarthy rinominata “McCartney” e invece scontate le menate para filosofiche alternate da stacchetti musicali dell’anfitrione LucreziaPopErcoli in simil format Musicultura   con uno scivolino dativo tra “le” e “gli” e una recitazione assai impostata. Musica a palla forse per nascondere qualche defaillance vocale e musicale e una strana ma piacevole “Non, je ne regrette rien”  nonostante il timbro e uno strano slang franco-marchigiano.

Gli anfitrioni istituzionali pesaresi hanno invece fatto un singolare andirivieni.

Giovanni Contardi per ReseArt

8 Luglio 2018

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